Nel mio precedente articolo relativo alle proposte concrete per migliorare il funzionamento dell’Europa nella direzione di una maggiore competitività e inclusività ( CLICCA QUI ) mi ero occupata delle misure per migliorare il welfare. In questo articolo pongo invece l’accento sugli investimenti, riallacciandomi al “Manifesto per la democratizzazione dell’Europa” (CLICCA QUI ) lanciato lo scorso dicembre da Thomas Piketty, il grande studioso francese sulle diseguaglianze (si veda il suo sito  wid.world ( CLICCA QUI );  wid sta per “ world inequalities databank”).

Tale manifesto ha superato le 115.000 firme (fra cui quella di chi scrive), non solo di francesi , ma non è circolato in Italia.

In sostanza, la proposta è quella di spostare al livello della UE alcuni obiettivi strategici di investimento, attivando “tasse di scopo”. Le tasse proposte sono le seguenti: a) aliquota supplementare del 15% sui profitti delle imprese, con una perequazione delle aliquote allo scopo di evitare la “concorrenza fiscale” all’interno della UE; b) aliquota supplementare progressiva sui redditi superiori a 100.00 euro (a partire dal 10%); c) aliquota supplementare sui patrimoni superiori a 1 milione (a partire dall’1%); d) tariffa minima di 30 euro a tonnellata sulle emissioni di carbonio.

Questo approccio fiscale avrebbe come scopo dichiarato un miglioramento della redistribuzione della ricchezza e un ulteriore disincentivo all’inquinamento E’ stato fatto un calcolo che si raccoglierebbe circa il 4% del PIL europeo (oltre tre volte il bilancio europeo attuale), con il risultato di non impegnare i partiti nazionali in defatiganti campagne elettorali per l’aumento delle tasse a scopi di investimento, concordando una linea europea condivisa, volta ad affrontare le sfide più urgenti.

I quattro scopi strategici di spesa selezionati sono qui di seguito riportati, ma gli autori del Manifesto ci tengono a ribadire che si può aprire una discussione fra i paesi che dovessero aderire alla messa in opera del manifesto per apportare correzioni.

  1. Finanziare la ricerca e l’Università per competere con USA e CINA (1% del PIL)
  2. Investire nella transizione ecologica, anche con aiuti ai soggetti economici che si devono adeguare (0.6% del PIL)
  3. Finanziare una gestione comune dell’emigrazione (0,4% del PIL)
  4. Sostenere la transizione del mondo lavorativo alle nuove tecnologie, attraverso formazione e reddito compensativo (2% del PIL)

Gli autori del manifesto prevedono un’assemblea rappresentativa che gestisca questi fondi per gli scopi concordati e monitorizzi i risultati.

Al di là degli aspetti specifici della proposta, essa mette in evidenza alcune questioni importanti. In primo luogo, identifica aree strategiche di investimento come cruciali per il futuro dell’UE e dei suoi stati membri.

L’UE si era già nel passato impegnata in alcuni settori strategici per l’investimento. Il primo è stato quello agricolo, con la PAC (Politica Agricola Comune) introdotta nel 1962 per salvare l’agricoltura europea. Pur in mezzo ad errori ed eccessi di spesa, il risultato è stato raggiunto e ancor oggi il settore agro-industriale resta forte in Europa.

Nel 1974 era poi iniziata la Politica Regionale Comune, che è servita a tenere insieme l’Unione, evitando, con qualche deplorabile eccezione, che le aree meno forti imboccassero un circolo vizioso di declino.

Ma oggi altre sfide sono insorte e ciò che “avanza” dal bilancio europeo (che, ricordo è pari a solo l’1,3% del PIL europeo, con l’80% circa convogliato nella PAC e nelle politiche regionali) è stato sì direzionato alla ricerca, alle infrastrutture, alla formazione, ma è largamente insufficiente, come l’insuccesso del famoso “Piano Juncker”, che tentava, a legislazione vigente, di aumentare gli investimenti nei nuovi settori, ha ampiamente dimostrato.

Ecco allora che il “Manifesto” propone di conferire alla UE nuovi settori strategici di investimento a lungo termine, sottraendoli alla dinamica elettorale che finisce per concentrare le promesse dei partiti su elargizioni di spesa pubblica corrente, sacrificando gli investimenti.

Dare maggiori disponibilità di spesa ad un’istituzione sovra-nazionale per realizzare obiettivi ritenuti da tutti necessari ed urgenti, ma sempre sacrificati dai budget nazionali potrebbe essere una buona soluzione. Inoltre, il “Manifesto” intende favorire una trattazione congiunta di problemi che nessuna entità nazionale è in grado di risolvere da sola. E’ da tempo che si ribadisce che la ricerca ha oggi bisogno di grandi laboratori e di grandi team, che solo l’Europa unita può esprimere.

Nessun “Consiglio nazionale delle ricerche” è oggi in grado di raggiungere risultati significativi senza mettersi in rete con analoghe istituzioni a livello internazionale. Le nostre Università europee sono in larga misura solide e funzionali, ma non possono raggiungere quei livelli di eccellenza che sono possibili solo attraverso uno sforzo congiunto dell’intera Europa.

La stessa necessità di collaborazione ad alto livello si applica al problema ecologico, al tema dell’emigrazione e del sostegno alla transizione lavorativa.

Non mi soffermo sul problema ecologico, sotto gli occhi di tutti. Il Manifesto concentra la sua attenzione non tanto sugli investimenti in nuove tecnologie, ma soprattutto sull’aiuto alla loro adozione da fornire soprattutto alle PMI.

Per quanto riguarda l’emigrazione, poi, fornire migliori strumenti a Frontex per un’efficace controllo delle frontiere della UE, avviare programmi di immigrazione assistita su numeri compatibili con le necessità delle varie nazioni e fare accordi con i paesi d’origine delle migrazioni per scaglionare le partenze su livelli sostenibili è cosa troppo urgente.

Infine, se va lasciato alle imprese l’investimento nelle tecnologie della 4° Rivoluzione Industriale, il sostegno alla transizione da approcci lavorativi tipici delle precedenti rivoluzioni a quelli che devono convivere con robot e Intelligenza Artificiale (AI) è un compito specifico delle autorità pubbliche, per evitare l’obsolescenza dei lavoratori e la loro sostituzione senza compensazione. La UE ha già iniziato a studiare gli effetti della AI e a proporre Codici etici, ma avere titolo specifico per affrontare questo problema in toto sarebbe diverso.

Al di là, dunque, delle specifiche proposte avanzate dal manifesto, il richiamo che esso fa a rilanciare la progettualità europea con un corrispettivo aumento dei fondi a disposizione è benvenuto. Non si fanno le nozze coi fichi secchi. Se si vuole “cambiare” l’Europa, togliendola dall’esclusiva concentrazione sulla moneta unica che inevitabilmente richiede l’applicazione delle “regole del gioco” che le impediscono di fallire (ossia austerità), occorre agire sul lato fiscale.

La proposta del “manifesto” è anche in questo caso di non muovere un passo globale (mettere tutte le finanze in comune, come spesso si auspica), ma, come è prassi nella storia dell’integrazione europea, di muovere un passo alla volta in tale direzione, iniziando col mettere insieme quella parte di spesa per investimenti sulla quale la convergenza di intendimenti è più facilmente raggiunta.

Vera Negri Zamagni