Tutto il Mediterraneo e’ in Europa – affermava Aldo Moro – perché tutta l’Europa è nel Mediterraneo”.

Se la geologia avesse qualcosa da insegnare alla politica, dovremmo prendere atto di un curioso paradosso: le vallate prealpine in cui la Lega e’ nata ed ha prosperato altro non sono che un estremo lembo di terra africana.

Infatti,  il nostro stivale riposa ( si fa per dire, dati i ricorrenti terremoti) su quella frangia marginale della zolla continentale africana che va a conficcarsi, come uno sperone, in quella penisola terminale della piattaforma euro-asiatica che ha preso il nome di Europa.
Non c’entra niente, ma, in un certo senso, è una cosa suggestiva che, in qualche modo, evoca l’ idea – questa sì non trascurabile – di un sostanziale destino comune o almeno di una reciprocità necessaria, tra Europa ed Africa, con cui dobbiamo fare i conti.

In vista di una nuova Europa che, dopo la consultazione del prossimo 26 maggio, possa riprendere il cammino dell’unità politica – smarrito, in definitiva, fin dall’agosto ‘54 quando, pochi giorni dopo la scomparsa di De Gasperi, l’Assemblea Nazionale francese respinse il trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa – andrebbero approfonditi alcuni aspetti che possono sembrare collaterali al tema, ma, in effetti, ne rappresentano dei riferimenti essenziali.

Anzitutto, dovremmo chiederci: atteso che la democrazia è nata ad Atene, il diritto a Roma e la Spagna ha vissuto la lunga stagione storica dell’incontro-scontro tra civiltà cristiana e cultura islamica che oggi si ripropone, quale può e deve essere il ruolo del nostro e degli altri Paesi mediterranei nella costruzione di quell’ unità europea che non può che radicarsi e nutrirsi della sua storia, prima che dei mercati?

In secondo luogo, come si pone effettivamente l’Europa di fronte al fenomeno migratorio che forse tutti – perfino molti tra i più attenti – sottovalutiamo e rappresenta, al contrario, la “cifra” ineludibile del nostro tempo, nella misura in cui annuncia quel processo di formazione di comunità multi etniche, multiculturali e, soprattutto, multi religiose che, a loro volta, sembrano alludere ad una sorta di “salto evolutivo” dell’umanità; processo tutt’altro che di breve momento che, al contrario, si prenderà, con ogni probabilità, per intero il nostro secolo e magari qualcosa in più ?

Ed anche qui: qual è il ruolo di quei Paesi – Spagna, Italia e Grecia – che, come un tridente, dall’Europa si proiettano nel Mediterraneo a lambire quasi la costa africana ed appena più ad Est le aree critiche del Medio Oriente e Gerusalemme che, a sua volta, evoca quelle radici giudaico-cristiane che, comunque, l’Europa non può scordare ?

La storia, la cultura che ha fecondato le rispettive sponde secondo percorsi che si intrecciano e rinviano l’uno all’altro segnalano una contiguità che va ben oltre la geografia.

Non sono certo i barconi dei nostri giorni a farci scoprire che l’Africa e’ lì – “ face to face” – sull’uscio di casa nostra.

Come un monito, del resto, per la nostra cattiva coscienza di colonizzatori.

In definitiva, la stessa questione migratoria può essere temporaneamente sopita, ma in nessun modo risolta se non ragionando, appunto, sulla scorta di una sorta di aggregato “euro-africano”.

E forse davvero non è fuori luogo porsi in una prospettiva del genere nel momento storico in cui il fenomeno della globalizzazione evoca oppure addirittura esige che, secondo una dinamica ancora rozza di grandi blocchi continentali integrati, cominci a delinearsi una qualche embrionale forma di governo planetario.

Le migrazioni, peraltro, hanno percorso l’intera storia dell’umanità e sono da sempre un fattore indispensabile per la sua stessa evoluzione biologica.

A maggior ragione, per quella culturale.

Noi stessi siamo “migrazione”.
Al punto che il nostro genoma non risale agli ominidi autoctoni, originariamente “europei”, ma piuttosto al bipede che faticosamente, cocciutamente ha occupato, fin da allora, le nostre terre giungendo dal Corno d’Africa.

Dovremmo essere consapevoli che, in un’ottica del genere, fulcro dell’Europa piuttosto che gli algidi Paesi del Nord diventa, al contrario, il Mediterraneo.

A maggior ragione Mare Nostrum, non più nel senso del possesso esclusivo, secondo cui tale lo diceva Roma, ma piuttosto nel senso della reciprocità’ e della comune appartenenza alle due sponde.

E forse varrebbe la pena riflettere se la stessa proiezione geografica così’ netta, quasi sfrontata e provocatoria, della nostra penisola al centro del mare, non la costituisca di fatto come un “ponte” che suggerisce una responsabilità’ che sta nelle cose ed a cui noi che tale ponte abitiamo, non possiamo sfuggire.

Ed infine: l’Europa come concepisce se stessa quale terra in cui la democrazia – sia pure scontando una condizione di difficoltà che deve avere il coraggio di riconoscere ed affrontare – ancora vive, assediata ad Est e – sia pure in altre forme – pure ad Ovest da imperi autocratici?

Domenico Galbiati

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