Tutto oramai congiura nel dirci della fine dell’epoca della linearità. Siamo  chiamati a confrontarci con la complessità dei fenomeni.

Inevitabile anche il sommovimento in atto tra coloro che sentono il dovere di impegnarsi nella sfera pubblica sulla base di un’ispirazione cristiana e sono costretti a misurarsi con il tanto “ complicarsi” delle cose.

L’intervento dell’anonimo “ cardinale italiano” citato sul Corriere della Sera da Massimo Franco, il 20 maggio 2019,  illustra emblematicamente le difficoltà ( CLICCA QUI ).

Deve, però, pur essere prospettata una soluzione. Magari, riducendo il tasso di disincanto e non confinando il tutto in un mero e immediato disegno organizzativo ed elettorale.

Vi sono  altri aspetti di questo articolo del Corriere su cui torneremo per quelli che sembrano degli importanti punti intorno cui provare a ragionare.

Appare in ogni caso necessario partire dal riconoscimento pieno, leale, generoso, libero, spassionato e autonomo del ruolo dei laici, oltre che dalla necessità della costruzione dal basso di una presenza politica fortemente ancorata al patrimonio del cattolicesimo democratico. Ciò non può prescindere dal procedere dalla conoscenza delle dinamiche umane, politiche, economiche ed istituzionali in atto e dall’andare oltre la sola contemplazione di una presunta impossibilità.

Si tratta piuttosto di misurare la disponibilità a partecipare alla stagione del cambiamento che coinvolge tutti noi: cattolici e non cattolici. In questo senso, non è possibile ridurre tutto al semplice dilemma partito di cattolici sì, partito no. Sarebbe un modo per semplificare un ben più articolato processo di  trasformazione.

La sempre più diffusa intenzione dei tanti ispirati cristianamente a immergersi nelle cose del mondo in forma organizzata non significa, infatti, l’intestardirsi nella creazione di una “ parte” delimitata, autoreferenziale, bensì nel favorire l’emersione di nuove energie da mettere a disposizione di un’interà realtà sociale.

Si tratta, infatti, di portare un proprio specifico e peculiare contributo ad una condivisibile rigenerazione delle istituzioni, alla elaborazione di una nuova politica economica, del lavoro, della famiglia, della cultura e della presenza in Europa e nel mondo. Oltre che partecipare in maniera forte a tutti i processi pubblici e legislativi che toccano e coinvolgono quelle criticità etico morali collegate alla necessità di scegliere sempre per la vita e per la difesa della dignità della vita.

Sarebbe sciocco e riduttivo ritenere che tutto ciò possa essere risolto ed esaurito all’interno del solo mondo cattolico, ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare che questo mondo ha delle proprie risorse ideali e di pensiero consolidato da riscoprire e da esprimere.

Richiamarsi alla Dottrina sociale della Chiesa significa aprirsi al mondo, alle sue attese profonde, non chiudersi in un recinto dai confini limitati e senza farsi carico di una complessiva visione nazionale, europea e del mondo intero.

I cambiamenti in atto meritano un atteggiamento di comprensione e di ascolto, cui proviamo a dare un contributo con tre interventi in successione. Il terzo ed ultimo sarà dedicato alla situazione politica italiana e alla “ complessità” con cui, verso e in essa, si devono misurare i cattolici interessati alla cosa pubblica.

Va da se che questi interventi necessitano di ulteriori apporti. Sempre più opportuni se provenienti dal di fuori del nostro ambito che abbiamo intenzione di allargare attraverso il confronto con quanti sono interessati al bene comune, indipendentemente dal credo religioso e dal pensiero ideale di riferimento. La complessità tutti riguarda e tutti coinvolge.

La specifica “ incertezza” italiana si inserisce in una problematicità più generale che sta investendo l’intera impalcatura consolidata dell’ordine e del sistema di vita occidentale.

Particolarmente in discussione appare quella costruzione di valori, tradizioni, relazioni, modi di agire, equilibri politici ed economici,  scenari internazionali le cui fondamenta ed esplicitazioni sono direttamente connesse con la cultura, la politica, il fare diplomatico, la parte più profonda dell’esistenza della vecchia Europa.

Una consolidata” visione del mondo” è sostituita dalla mancanza di certezze perché, evidentemente, la sola versione d’impronta americana dell’ordine mondiale non è sufficiente a sostituire l’altra, mentre incalzano le nuove realtà presenti nei cinque continenti.

Antiche consuetudini finiscono in discussione, anche per un accavallarsi di richieste di ogni genere di diritti e l’obnubilazione di responsabilità e doveri. Sanate alcune disparità, nuove disuguaglianze si presentano.

Il disordine non discende esclusivamente dal mutare degli equilibri geopolitici generali e regionali. Anzi, potremmo quasi spingerci a sostenere che le mutazioni umane finiscono per influenzare ciò che è proprio della sfera decisionale e, a loro volta, restarne condizionate. Privato e pubblico sono oramai immersi in una criticità comune e causa ed effetto sono poco tra di loro distinguibili.

Nel nostro Paese è più che mai assodato il permanere del distacco tra società civile e struttura politica ed istituzionale. La prima conferma la propria inconsistenza, i tradizionali secolari ritardi e le storiche debolezze rispetto al comune sentire, l’organizzazione, il ruolo che i soggetti sociali sono in grado di sviluppare in altre nazioni.

La debolezza endemica della nostra comunità, dell’insieme delle nostre comunità, rende ancora più evidente l’allentamento di tensione ideale, morale e pratica. Così, il richiamo a comuni modi di sentire, tradizioni da salvaguardare, a ciò che esige la partecipazione civile continua a riguardare pochi gruppi di elite, sempre più isolati e rarefatti.

Nuovi modelli di vita, sentire spirituale e comportamenti, persino il linguaggio, s’impongono spesso mutuati acriticamente da altre esperienze. Non si trova, pertanto, il senso di un’evoluzione, di una continuità logica e ragionevole, frutto di uno svolgimento storico organico, coerentemente sviluppato.

Dobbiamo constatare  la presenza di un più generale ed assorbente disordine esistenziale il cui fondamento sta nella dissociazione tra agire, idealità e fondamenti morali.

Le conseguenze sull’economia, sulla politica, su ruolo e presenza delle istituzioni, a partire da quelle sovranazionali, sono più che mai evidenti. Emblematica ed esplicativa la pressoché attuale inconsistenza delle Nazioni Unite e degli altri organismi internazionali, mentre lo Stato nazionale ed il sistema della autonomie scricchiolano.

L’incertezza dell’oggi fa parte del ben più profondo e ampio sovvertimento che, assieme, riguarda le relazioni tra le persone, tra i gruppi intermedi, tra le istituzioni, la finanza e l’economia.

La scienza appare soverchiante, e oscuramente manipolatrice, persino sull’essenza dell’essere umano. Eppure, nel corso di lunghi secoli, e con continuità, essa è stata concepita solo come opportunità, vivificatrice per principio e quasi divinizzata. Vissuta per quello che poteva portare in positivo alle crescenti necessità dell’essere umano.

Inevitabile che anche la politica risenta del calo di idealità, tensione morale, pochezza nelle strategie e nelle prospettive. Dopo le crisi che hanno investito in successione il sentire religioso, la scienza e, più in generale, logica e  ragione come era possibile pensare che le questioni pubbliche e il modo di affrontarle e gestirle rimanessero indenni da una temperie più generale?

Non è un caso che si parli addirittura della crisi, se non della fine del capitalismo.

Appare definitivamente superato, o  irrilevante,  il collegamento weberiano tra l’etica e quel sistema economico che ha assicurato per circa sei lunghi secoli una continuità e precisi punti di riferimento. I primi a denunciarlo sono i settori più illuminati che ancora credono in un visione liberale dell’economia.

Si avverte che dietro un liberismo di facciata possano essere creati i presupposti, persino, della trasformazione del concetto di libertà. Almeno di quella che abbiamo conosciuto finora, con specifici meccanismi democratici decisionali, di rappresentanza, di dialettica tra gli interessi economici e sociali.

Un sistema complessivo è dunque in alterazione, se non in decomposizione. In metamorfosi, fino alla inconsistenza e alla scomparsa, appaiono le alternative al capitalismo e la capacità di governare le mutazioni introdotte da quelle che potremmo chiamare le globalizzazioni.

Ricorrenti crisi finanziarie hanno comportato il rallentamento della globalizzazione economica, cosa che ha reso evidente il non completamento dei processi attesi sul piano dei diritti, delle relazioni, del riequilibrio produttivo e commerciale, tecnologico, culturale e geografico.

Siamo rimasti a metà di un processo attraverso il quale si presumeva, e si auspicava, la possibilità di dare vita a nuovi modelli al cui centro fosse finalmente possibile collocare un essere umano pienamente consapevole del senso della propria presenza e del proprio ruolo e, grazie a questo, in grado di partecipare ad un più armonico e positivo dominio delle connessioni personali e collettive, della scienza, dell’economia, della giustizia.

Sembra, dunque, che quanto si guadagna sul piano dell’Avere, soprattutto su quello del consumo, ulteriormente dilatato grazie alla globalizzazione di natura produttiva ed economica, si perda nella dimensione dell’Essere perché anche le sfere della spiritualità, del sentimento e delle relazioni, divenute grazie al digitale sempre più ampie, articolate e complesse, appaiono soverchiate e travalicate.

Nei fatti, diviene evidente quanto già compreso con grande lucidità da Alain Touraine e da lui illustrato nel suo “ La globalizzazione e la fine del sociale”, dato alle stampe  nell’oramai lontano 2004.

Siamo di fronte ad una scomposizione e polverizzazione della società contemporanea e non nelle condizioni di afferrare quel bandolo della matassa da cui poter partire per accingerci ad una sua ricomposizione.

Con il capitalismo, è da riscrivere anche ciò che chiamiamo “ il sociale”, che non si può certo ridurre nel modesto ed effimero surrogato costituito dai “ social”.

In effetti, tante piccole e grandi cose della nostra quotidianità ci dicono delle trasformazioni dei tradizionali paradigmi di riferimento.  Non reggono quelli del passato. Ancora, non se ne presentano di certi e stabili per i tempi a venire.

Verrebbe da dire che esistono, dunque, pure le globalizzazione della irrazionalità, della discontinuità e della caducità delle cose mentre viviamo quella dell’accelerarsi e sovrapporsi dei cicli economici e finanziari, del mutare degli equilibri  politici e del trasformarsi delle dinamiche internazionali, di cui si rischia di perdere spesso la logicità e la coerenza con quelle finora conosciute. Da qui nascono forti e tenaci incertezze sulla sostanza e sulla durata dei fenomeni. ( Segue )

Giancarlo Infante

Immagine utilizzata : Shutterstock