La buona notizia delle recenti elezioni europee è che l’Europa c’è. Chi la dava ormai per morta è stato ampiamente smentito dalle urne.

Si badi bene, l’Europa c’è sia per chi è entusiasta di starci, sia per chi non lo è, ma ci deve inevitabilmente fare i conti. In realtà, l’Europa c’è sempre stata a partire dall’impero romano, che ha costruito le condizioni perché i popoli europei si relazionassero: leggi, strade e infrastrutture, cultura condivisa e infine una religione comune, il cristianesimo. Quello che non restò con la caduta dell’impero romano fu un governo comune, cosicchè l’Europa è diventata un unicum al mondo: un’area dove cultura, economia e religione erano ampiamente condivisi (anche se declinati in versioni diverse), ma la politica restava separata, dando luogo ad un’infinita serie di conflitti armati.

Avendo, dopo la più distruttiva guerra della storia del mondo combattuta tra 1939 e 1945, deciso di porre rimedio a ciò che era mancato, ossia un governo comune, l’Europa si era avviata settant’anni fa verso sviluppi altamente positivi, interrotti negli ultimi 20 anni da eventi internazionali avversi, che hanno preso tutti di sorpresa. Siamo chiamati ora a fronteggiarli, ma prima di fare un breve elenco delle principali sfide che attendono l’Europa, insisto su quanto detto: le nazioni europee sono costrette dalla loro storia e dalla loro geografia ad agire in relazione, che può essere conflittuale o collaborativa. “Uscire” dall’Europa è stato tentato con gli imperi, che si sono da un lato rivelati transitori e dall’altro non hanno comunque eliminato il destino inevitabilmente relazionale delle nazioni europee. Ricordo che le altre aree che “contano” al mondo – Stati Uniti e Cina – hanno un governo unico.

Da qui dobbiamo partire, lasciando alla sola Gran Bretagna il grave peso di inseguire un obiettivo irrealistico, se mai poi riusciranno a porlo in essere. Quali sono le principali questioni oggi sul tavolo dei capi di stato europei? Vediamone un breve elenco ragionato:

  1. Confini. Prendere atto che l’Europa deve amministrare i suoi confini come Europa, regolando le migrazioni con accordi europei. Più facile a dirsi che a farsi, ma certamente è una priorità, che deve tenere conto delle “identità nazionali”, ossia delle preoccupazioni che molti paesi hanno di mantenere la propria cultura e le proprie abitudini di vita, senza soccombere di fronte ad eccessivi e troppo rapidi inserimenti di persone portatrici di culture diverse.
  2. Social Compact. Il sistema di welfare, in particolare la protezione contro la disoccupazione e il reinserimento al lavoro (workfare) deve diventare più condiviso, naturalmente finanziato con mezzi economici diversi, dato il diverso livello di prosperità economica. Il welfare universalistico è ciò che distingue l’Europa da qualsiasi altra area del mondo, va preservato e migliorato in efficienza.
  3. Ricerca. A partire da quando Romano Prodi è stato capo della Commissione europea si è fatto qualcosa di più concreto per europeizzare la ricerca, ma occorre diventare più efficaci, soprattutto ora che la 4° Rivoluzione Industriale sta sconvolgendo il mondo, per evitare che la competizione sulle alte tecnologie sia solo tra Stati Uniti e Cina.
  4. Antitrust. Le regole dell’antitrust vanno riviste per contenere le transnazionali che stanno conquistando posizioni semi-monopolistiche nel mondo (nessuna delle quali europea!!), rischiando anche di “asservire” i loro miliardi di clienti attraverso l’utilizzo dei loro profili.
  5. Clima e altre infrastrutture. Gli investimenti pubblici e privati vanno rilanciati in tutti i settori di trasformazione tecnologica e sociale. Fra gli investimenti più urgenti c’è quello sulle periferie, che devono smettere di allevare giovani senza prospettive che diventano facile preda della criminalità e delle ideologie anti-sistema.
  6. Moneta unica. Ciò che va fatto in questo settore è molto meno “innovativo” di ciò che ho sopra proposto. Infatti, le regole della moneta unica sono già state ampiamente discusse e stabilite, non c’è molto che si possa cambiare, se non introdurre un po’ di flessibilità nella loro applicazione. E’ ormai diventato ampiamente chiaro che per sostenere una moneta unica – che, ricordo, è inevitabile in un mercato unico – occorre tenere sotto controllo il fisco. Non esistono fortunatamente molti casi di disallineamento grave all’interno dell’eurozona. Purtroppo per gli italiani, uno di questi casi è proprio l’Italia, con il suo disgraziato debito pubblico accumulato prevalentemente negli anni 1980. E’ tempo di affrontare il problema, invece di cercare di esorcizzarlo e rimandarlo ad un futuro.

Se le cose stanno come sopra detto, ossia se gli europei non si possono sottrarre al confronto, perché non prendere atto che è più costruttivo, come è avvenuto nel passato, affrontare maratone negoziali anche lunghe e dure, ma con l’obiettivo di raggiungere un accordo, piuttosto che fare dichiarazioni bellicose? Oggi tali dichiarazioni non possono preludere a guerre e neppure a separazioni e hanno come risultato solo di indisporre i “compagni di viaggio” europei verso chi viene percepito come irragionevole. Inoltre, le decisioni che si prendono in Europa sono per loro natura “strategiche” e dunque rivolte al lungo periodo e alle trasformazioni strutturali, perché i provvedimenti congiunturali sono giustamente lasciati ai singoli Stati. Per fortuna che abbiamo l’Europa, dove si possono discutere e implementare strategie di lungo periodo, perché ormai molte politiche nazionali sono ostaggio solo del breve periodo e di continue campagne elettorali dove si promettono cose infattibili o molto nocive. Se le decisioni sono strategiche, tutti vi devono contribuire costruttivamente.

Un’ultima osservazione è la seguente. Per implementare gli obiettivi sopra delineati, occorre sfondare il limite finora imposto al bilancio europeo di fermarsi all’1,3% del PIL della UE: se la UE si pone più obiettivi ambiziosi, questi vanno finanziati e dunque i membri della UE devono conferire maggiori risorse a fronte di maggiori servizi, evitando, naturalmente, doppioni. La sussidiarietà va dunque ripensata, prendendo atto che a fronte delle attuali sfide mondiali ci sono più obiettivi che nel passato (e non meno) che si possono raggiungere solo a livello della UE. Occorre spiegare questo ai cittadini, cominciando dalle scuole, perché non è cosa di immediata comprensione, anche perché veniamo da un periodo di una quarantina di anni, in cui era prevalsa l’idea che i mercati si autogovernassero.

Quello che si è visto, invece, è che i mercati lasciati a briglia sciolta producono più diseguaglianze e concentrano il potere nelle mani dei più attrezzati, facendo prevalere l’anomia della globalizzazione rispetto ai bisogni delle comunità. Occorre dunque governare i mercati che, essendo globali, non possono che essere governati da poteri forti, e non da piccole realtà come ciascuna delle nazioni europee.

Vera Negri Zamagni