Credo che alcuni contributi pubblicati su Il Domani d’Italia in questi giorni, e il contemporaneo dibattito in corso tra gli amici della Rete Bianca, meritino una riflessione molto approfondita.

Non vorrei che si delineasse, infatti,  uno spartiacque all’interno delle considerazioni condotte negli ultimi mesi. Queste sembravano poter portare ad un potenziale sbocco convergente ed estremamente positivo tra quanti hanno comuni, forti riferimenti di pensiero.

E’ come se per qualcuno l’arrivo sulla scena di Nicola Zingaretti, molto più interessato al recupero della sinistra,  significhi davvero qualcosa di dirimente in un percorso che, invece,  è inevitabilmente più articolato.

Mi ha molto colpito che,  mentre il dibattito nazionale, durante e dopo le elezioni europee,  è stato in buona parte richiamato da quella che le strumentalizzazioni di Salvini hanno fatto emergere come una rinnovata questione dei “ cattolici”, che meglio sarebbe definire voto dei cattolici, il neo segretario del Pd non abbia avviato, invece,  una neppure piccolissima riflessione al riguardo.

Credo di avere chiari i motivi di questa “ latitanza”. Essa richiama,  infatti,  la necessità di un profondo ripensamento della deriva pieddina che ha preferito impegnarsi in una lunga battaglia, la cosa risale ai Dico di Bertinotti, a favore di  diritti parziali, così sacrificando quelli più generali e quegli elementi di criticità etico morali che richiederebbero una ben più forte assunzione di responsabilità.

Confrontarsi con il pensiero popolare e democratico cristiano non significa, comunque, solo parlare di legge Cirinnà, di bioetica, di applicazione completa della 194 o di fine vita. C’è questo e c’è altro: il lavoro, la famiglia, la scuola e l’educazione, il Mezzogiorno, il  riequilibrio da assicurare tra Stato centralizzato e le autonomie, il rispetto dei corpi e delle rappresentanze sociali intermedie, recuperando  un autentico spirito di funzionalità , di solidarietà e sussidiarietà. Cose su cui manca la tensione adeguata anche da parte dei 5 Stelle, per non parlare della Lega.

Da tempo vogliamo  ridare corso ad una iniziativa politica ispirata al pensiero popolare e democratico cristiano. Secondo me, e secondo tanti altri, una tale presenza dovrebbe caratterizzarsi sulla base di elementi  di libertà e di autonomia.

Ciò è fortemente richiesto, tra l’altro, da una realtà territoriale in espansione, intenzionata a mettersi in gioco dopo la grande stagione dell’indifferenza e dell’irrilevanza degli ultimi 25 anni e l’accettazione di un gioco bipolare che ha segnato la fine,  non solo della capacità di presenza del nostro pensiero e della nostra sostanziale rappresentanza in Parlamento, ma anche quella di altri grazie ai quali è stata creata l’Italia repubblicana e democratica, come i liberali, i repubblicani e i socialisti.

E’ scontato che esiste la necessità di non concepire un’iniziativa politica destinata, se non bene preparata e ben gestita, a sfociare in una mera testimonianza oppure, peggio, ad  assumere una fisionomia clericale ed integralista ( ce ne possono essere anche con accenti sociali di “ sinistra).

Deve anche essere evitato l’abbandonarsi a quelle suggestioni a “ farsi lievito”, indubbiamente doverose per ogni singolo cristiano, ma che sotto il profilo politico si sono rivelate del tutto inconsistenti. Così come,  tali si sono  rivelate le intenzioni vagheggiate da qualcuno convinto dalla politica dei “ cento fiori”, alla Mao Zedong. Da noi, in Italia, potremmo definirla  delle “ cento presenze” . Resta confermato dalle recenti esperienze  che in politica e, soprattutto, sul piano legislativo, non funzionano sempre le regole della matematica.

Questo ragionamento è sollecitato dalle riflessioni più volte avanzate da Lucio D’Ubaldo sulla necessità di non dimenticare quella caratteristica peculiarità dei cattolici democratici che richiama lo spirito degasperiano della  coalizione .

Salvo brevi pause, utili a superare momenti di crisi importanti, quelle che chiamavamo dei governi  “ balneari”,  tutta la storia della presenza Dc,  dalla nascita della Repubblica in poi, è stata vicenda di coalizioni. Sotto questo profilo, non bisognerebbe dimenticare Aldo Moro.

Il concetto della “ coalizione”, cui D’Ubaldo giustamente si riferisce, è importante. Salutare metodo mentale e adesione realistica e pratica alla concretezza nell’agire politico, fu più marcatamente distintivo in De Gasperi, a causa del contesto storico in cui egli operò dopo il 1944.

Le prime coalizioni degasperiane furono  inevitabile conseguenza della lotta di liberazione e della partecipazione alla Resistenza. Almeno  in parte- soprattutto per la posizione dei vertici settentrionali della Dc- anche per il successivo, violento  scontro Repubblica – Monarchia.

Le coalizioni che vennero dopo ebbero preminentemente sullo sfondo delle vicende internazionali  dalla fortissima  influenza su quelle interne. Non si trattava, dunque, solo dello sviluppo delle caratteristiche intellettualmente innate in De Gasperi  e nel gruppo dirigente formato e sostenuto da uno dei più grandi santi della Politica, come fu Montini, bensì  di cogliere e mettere in pratica quel “ fondamento realistico dei processi politici” che Lucio richiama.

L’approfondimento che dobbiamo fare, ma qui adesso devo solo limitarmi a porre la questione, è quello di come possa essere ripreso e rigenerato il concetto della coalizione. Aggiungendo i quesiti : da chi? con chi? sulla base di quale progetto?

Gli attuali processi politici in corso, in una fase del tutto improntata alla variabilità e all’indeterminatezza, caratteristiche  probabilmente destinate ad accentuarsi a seconda di come si risolveranno le questioni preminenti dei conti pubblici e del rapporto con l’Europa, possono fare intravedere già oggi una qualche coalizione praticabile e spendibile?

La montagna con cui si presenta oggi la destra, senza alcuna possibilità per noi di inerpicarcisi, ha di fronte un’altrettanto impervia ripa scoscesa rappresentata da un indifferente Pd a certe istanze.

Tornando al riferimento storico, vale la pena di ricordare come Don Luigi Sturzo non perse mai i collegamenti intellettuali con le frange più illuminate del liberalismo, soprattutto Gobetti e Sforza, e con la sua versione radicale storica, principalmente quella nittiana. Interloquì con gli esponenti del  socialismo umanitario alla Salvemini  o con i non massimalisti come Turati. Ma partì e continuò a disegnare un Ppi decisamente “ autonomo”.

Se viene mosso un rilievo al prete di Caltagirone è quello di aver sacrificato sull’altare dell’autonomia la possibilità di rispondere al fascismo con l’alleanza con Giolitti da lui invece, avversato fino alla fine,  nonostante vedesse chiaramente il pericolo rappresentato dalla destra estremista. Provò , con un ultimo guizzo, a pensare ad una coalizione con Turati, ma ciò restò appena appena abbozzato: evidente era  l’impossibilità di avviare una collaborazione con tutto il Psi.

Come scrisse Mario Scelba nel 1960, la scelta dell’autonomia sturziana e popolare fu un atto di lealtà verso lo Stato, oltre che un elemento di chiarezza verso i laici, la Chiesa ed il mondo cattolico. Un mondo cattolico in gran parte ingabbiato nel clerico moderatismo i cui toni ed accenti sembrano trovare nuova forza ai nostri giorni.

Sin dagli inizi del ‘900, Sturzo capì che il movimento democratico dei cattolici, perché ad essi solo si rivolgeva, non a tutti i cattolici!, doveva definire e presentare  un’identità ben specifica. Essa non ruotava attorno alla necessità di dare vita ad una organizzazione fine a se stessa,  bensì trovava alimento in quell’originale messaggio universale definito dalla Rerum Novarum di papa Pecci.

Il contributo di Aldo Moro nel coniugare autonomia, identità e capacità di ascolto e dialogo è talmente evidente, e più recente, da non richiedere molte parole.

Anche nel suo pensare, e nel suo agire, si coglie come il concetto di coalizione richieda il delinearsi di soggetti ben definiti e la forza e la capacità di rappresentare, ciascuno, un fenomeno dalla fisionomia chiara e distinta. Altrimenti, il rischio è quello di trasformare il “ fondamento realistico dei processi politici” nell’adattarsi in panni non propri. E noi ne abbiamo visto i risultati grazie a coloro che si sono immersi nel “ berlusconismo” o in un Pd ritrovatosi senz’anima.

So già che qualcuno mi verrà a parlare di quella “ emergenza democratica” di cui dovremmo tenere conto. Non vorrei ora anticipare la risposta a rilievi che ancora non sono stati espressi, ma che io vedo possibili. Si tratta di osservazioni che ho, comunque, ben presenti, perché già ribadite, ma che credo debbano ricevere altra risposta rispetto a quella proposta da quanti credono possibile creare una “ corrente cristiana” nel Pd o in un “ fronte” che ruoti attorno al Pd.

Sono convinto che l’attuale destra non si sconfigga solo in un modo e, in più,  rischiando di regalarle altri pezzi del voto dei cattolici, comunque oggi rifluiti in gran parte nell’astensione.

Allora, in attesa che i processi politici maturino, non è meglio cominciare ad individuare un altro percorso, ricostruendo dal basso, nei territori? Più che a coalizioni sul piano politico, che mi rendo conto possono costituire una più facile via d’uscita per chi ha anche legittime ambizioni elettorali, penso che sia meglio applicare questo spirito di coalizione, possibilmente caratterizzato da forti contenuti programmatici e da facce nuove, all’interloquire con le realtà sociali, con le categorie di rappresentanza e con tutto quel “ nuovo” che sta emergendo nella stessa realtà dei laici cattolici italiani, più che mai alla ricerca di una voce e di una presenza originale.

Giancarlo Infante

Pubblicato anche su Il Domani d’Italia