Nome e simbolo della Democrazia Cristiana, tutto ciò che attiene la sua straordinaria vicenda politica ancora compaiono e ricompaiono nella cronaca quotidiana o quasi dei ricorrenti tentativi di riformulare la toponomastica del nostro sistema politico, introducendovi, più o meno forzosamente, la cosiddetta formazione di “centro moderato”.
E’ annunciato, ad esempio, per il prossimo mese di luglio, il cambio di denominazione della Fondazione “Fiorentino Sullo” che verrà ad essere chiamata Fondazione “Democrazia Cristiana”.
Eppure ci vorrebbe almeno un po’ di rispetto! Invece – ormai da un quarto di secolo o giù di lì – tutto ciò è stato fatto oggetto di una rissa indecorosa ed avvilente.
Una ridda di ricorsi e controricorsi che hanno fatto rimbalzare il nome della Democrazia Cristiana e soprattutto lo “scudo crociato” da un tribunale e da un giudice all’altro, associandolo talvolta ad improbabili nuove formazioni politiche, traslocandolo da un detentore vero o presunto della sua titolarita’ ad altri che ne rivendicavano addirittura la “proprieta”, senza il pudore, se non l’intelligenza politica, di avvertire come, se mai, la questione appunto “politica” fosse e non certo giudiziaria.
Si incaricherà la storia di rendere giustizia alla Democrazia Cristiana ed agli uomini che, a tutti i livelli politici ed istituzionali, ne hanno interpretato i principi e gli ideali.
La DC non ha bisogno di un “accanimento terapeutico” diretto a mantenerla artificiosamente in vita al di là del tempo fisiologico della sua fase storica, come se avesse bisogno di una sorta di “tempo supplementare” per dar conto di se’.
Non è così ed è perfino offensivo trascinarla in una larvale sopravvivenza che non merita.
Senza trascurarne le ombre, come è giusto che sia, darà conto la storia della sorprendente ricchezza e della singolarita’ di una esperienza politica che ha donato al Paese le scelte fondative di cui vive tuttora la nostra vicenda democratica e civile.
E’ così rilevante l’eredità della Democrazia Cristiana da non consentire a nessuno di ammantarsene.
E chi osasse farlo darebbe una sgradevole impressione, come se pretendesse di intestarsene la storia.
Se fossero ancora tra noi solo Alcide De Gasperi ed Aldo Moro sarebbero all’ altezza di un tale onore ed, anzi, idealmente è così per quanto se ne siano andati da tanto, da troppo tempo.
Il resto è millantato credito.
Preoccupiamoci piuttosto di capire se e come sia possibile oggi, in una fase storica così diversa e peculiare, dare avvio – dopo il Partito Popolare di Sturzo e dopo la Democrazia Cristiana – ad un terza fase dell’ impegno politico dei cattolici democratici nel nostro Paese.
Un impegno finalmente autonomo, competente, capace di mettere in campo una nuova, giovane classe dirigente.
Un’impresa che richiede a tutti noi che, chi più chi meno, abbiamo alle spalle una qualche esperienza personale, grande generosità, un sentimento sincero di gratuità e di disincanto, senza retropensieri o ambizioni di ritorno.
Dobbiamo preoccuparci di dare continuità, in un tempo difficile che ci sfida, alla cultura politica del cattolicesimo democratico.
Possiamo farlo, o almeno provarci, perchè il nostro pensiero non è rattrappito nei lacci soffocanti di una ideologia, ma ha o almeno cerca di attingere al respiro libero ed universale dei valori cristiani.
Può, quindi, trascendere la particolarità dei singoli tornanti su cui si inerpica la storia ed ambire, piuttosto, a reinventarsi, un passo montano dopo l’altro.
Ma questa continuità esige il prezzo – mi rendo conto, per molti sinceramente doloroso – di una netta “discontinuita'” e, quindi, di una definitiva elaborazione del tutto.
Esige che ammettiamo come la Democrazia Cristiana, cosi come l’abbiamo conosciuta ed, anzi, vissuta – e, del tutto analogamente, il PPI nato un secolo fa – altro non siano state, ambedue, che le forme storiche contingenti, ciascuna appropriata al proprio tempo, secondo cui si è declinata la nostra cultura politica.
Ora è il momento di mutare la “forma” per guadagnare alla “sostanza” il futuro che merita e che l’attende.
Domenico Galbiati
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