Di seguito presentiamo l’intervento fatto da Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, in occasione della creazione dell’Osservatorio regionale emiliano per la cultura politica da istituire attraverso gli uffici di pastorale sociale e del lavoro delle varie diocesi dell’Emilia e Romagna

Mons. MarioToso mi ha chiesto di svolgere una breve riflessione iniziale sul senso dell’iniziativa che oggi ci vede qui riuniti. E’ la prima volta che una cosa del genere accade nella nostra regione. Il tentativo di mettere in dialogo le varie realtà diocesane, le scuole diocesane di formazione socio-politica, è già di per se un fatto significativo. Bisogna essere grati a Mons. Toso per il compito che si è assunto di avere pensato e organizzato il tutto.

  1. Prendo le mosse dalla considerazione che da qualche anno a questa parte il Magistero invita i cattolici a riprendere il cammino dell’impegno non solo nell’area del sociale, ma anche in quella della politica. Voglio portare alla vostra attenzione l’articolo di papa Francesco sull’Osservatore Romano del 5 marzo 2019: “E’ necessaria una nuova presenza dei cattolici in politica.” Il Papa, parlando ai giovani leader dell’America Latina, scrive “Essere cattolico nella politica non significa essere una recluta di qualche gruppo, organizzazione o partito”. E’ una chiara presa di posizione contro la cosiddetta tesi della diaspora. Voi già sapete quello che è successo nel nostro paese con l’uscita di scena della DC. Fino a che c’era il partito dei cattolici si faceva cultura politica a livello sia centrale che locale. Da quell’estremo – partito unico dei cattolici – si è passati all’estremo opposto, la diaspora: il suggerimento era che i cattolici dovessero inserirsi in più formazioni partitiche per vivificarle dall’interno. L’immagine fu quella del lievito che va a fermentare la massa di pasta. Oggi sappiamo che fu un errore oggettivo anche se soggettivamente venne fatto in piena buona fede. E’ evidente infatti che i cattolici possano anche dividersi in più formazioni politiche a patto che sia rispettata la condizione della massa critica, altrimenti è ovvio che saranno sempre ininfluenti. Il che è conseguenza del principio democratico di maggioranza.

Se in un partito, quale che sia la denominazione, c’è la presenza del 5/6% di cattolici, questi non conterranno mai nulla. Le loro richieste o le loro proposte mai potranno essere prese in considerazione. Ed è quello che abbiamo visto.  Il fatto è che quando è iniziata la diaspora, i cattolici hanno smesso di pensare, di generare cultura politica. Oggi ci troviamo con un vuoto di cultura politica preoccupante, mentre i vari partiti elaborano al loro interno le loro strategie, funzionali ai loro disegni di potere. Questo ci aiuta a capire l’insistenza da qualche anno a questa parte a riprendere un cammino.

Chiarisco. Io parlo di cultura politica in senso proprio, non tanto di formazione politica (formazione vuole dire che insegno o studio quanto già esiste). Cultura vuole dire produzione di pensiero. Se non siamo in grado di produrre un pensiero che, in linea con i principi fondativi del DSC traduca in proposte concrete quello che quei principi dicono, la irrilevanza sarà garantita con le frustrazioni che interverranno e con le conseguenze pratiche di cui è dato conoscere. Mi piace ricordare una frase del domenicano Dominique Chenu (uno dei padri conciliari che ha dato grandi contributi): “Se il Vangelo non si fa politica, cessa di essere Vangelo”. La religione cristiana è una religione incarnata nella storia. E la politica si occupa di ciò che accade nella storia.

Quando qualcuno anche in ambiti vicini ai nostri, fa discorsi del tipo “i cattolici devono stare fuori dalla politica” dimostra di non capire molto della specificità del Cristianesimo. Non si può dare forza all’errore, anche se l’errore è commesso in totale buona fede. L’ignoranza va combattuta. Ci vuole la maniera adeguata ma bisogna farlo. Dire che i cattolici non devono occuparsi di politica è un nonsenso, oltre che un errore. C’è un’altra frase molto importante del Card. Newman (Newman, convertito al cattolicesimo, venne poi nominato cardinale) che mi piace citare. In un suo saggio di oltre un secolo fa scrive: “E’ venuto il tempo in cui i cattolici che vivono di fede, per essere tali, devono difendere la ragione. E proprio la ragione ci dice che è venuto il tempo in cui i cattolici, che vogliono vivere di più società, devono difendere la politica, però non la politica qualunque, ma quella della nostra convivenza civile”.

  1. Come darsi conto della irrilevanza dei cattolici in Italia sul fronte proprio della dimensione politica? Perché da un quarto di secolo a questa parte non si produce più una progettualità politica? Quale può essere un test? Andate in una biblioteca a confrontare la saggistica: quella fino alla metà degli anni 90 e quella posteriore, e vedrete subito la sproporzione. I credenti cattolici oggi non si sentono più impegnati a produrre pensiero e ad avanzare progetti sul fronte politico. Certo abbiamo mantenuto le posizioni, anzi le abbiamo accresciute sul fronte del sociale, dalle Caritas alle Cooperative sociali, dal volontariato all’associazionismo di promozione sociale e dobbiamo continuare, però il sociale ha un senso soltanto se il contesto della politica è orientato in una certa direzione. Vogliamo fare un esempio concreto? Per avere trascurato il livello della politica, vedete cosa sta succedendo per quanto concerne l’attuazione della legge di riforma del Terzo Settore. L’attuale governo sta boicottando di fatto il Terzo Settore, minacciando un giorno dopo l’altro di ritirare questo o quel provvedimento e nel suo insieme il mondo cattolico è rimasto silente. Solo L’Avvenire, negli ultimi due mesi, ha aperto un efficace dibattito per denunciare il fatto.

Si pensi al tentativo di raddoppiare l’IRES, per fortuna rientrato. E’ rientrato perché con coraggio si sono messe in moto alcune persone. E’ mancata la protesta civile. La legge di riforma del Terzo settore è stata approvata il 2 agosto 2017. Sono passati quasi due anni e ancora non può dispiegare appieno i propri effetti perché una legge ha sempre bisogno dei decreti attuativi e l’attuale governo ne ritarda l’emanazione pur essendo già pronti e già scritti. Potrei continuare con tanto altri esempi, ma non è il caso per non sottrarre tempo alla discussione.

Capiamo ora perché in questa Regione, che ha le caratteristiche che ben sappiamo, sia nata l’esigenza di battere un colpo. Ed è da questa constatazione che è sorta questa iniziativa che mi auguro possa decollare al meglio.

Come il pendolo di Foucault ci ha insegnato, sappiamo dalla storia che si tende a passare da un estremo all’altro. Tra il dire “tutti i cattolici nello stesso partito” e dire “i cattolici vadano dove vogliono”, c’è una via intermedia. Perché non la si vuole perseguire? Nelle condizioni storiche attuali è’ inutile pensare di ritornare al partito unico dei cattolici, però da qui a dire che non ci può essere convergenza a livello di cultura e prassi politica tra le varie espressioni e anime del mondo cattolico italiano, ce ne corre.

Ebbene l’iniziativa di riprendere il cammino, tornare ad elaborare un pensiero pensante in ambito politico, trae ispirazione da questo fatto: creare una convergenza tra le diverse espressioni del mondo cattolico su un progetto politico trasformazionale. Quando si vivono tempi normali la strategia che si raccomanda è quella delle riforme; quando si vivono epoche straordinarie come quella attuale, le riforme servono molto a poco, perché quel che occorre fare è cambiare interi pezzi della macchina e non già aggiustarla qua e là per tamponarne le falle.

Si tratta dunque di cambiare quei blocchi che all’interno della società impediscono una evoluzione verso quella prospettiva che la DSC chiama del bene comune ovvero della prosperità inclusiva. Noi siamo per la prosperità bensì, ma per una prosperità che includa tutti e non solo alcuni come attualmente sta avvenendo.

  1. Perché viviamo in una fase straordinaria? L’attuale fase richiama alla mente quella che si realizzò al tempo del passaggio dal feudalesimo all’umanesimo. Il XV secolo è quello che vede nascere la società moderna. Dovremmo andare a rileggere alcune pagine importanti di quel periodo. I cattolici di allora presero il coraggio a due mani e si misero a produrre cultura politica (e quale cultura politica!) con una profondità di pensiero che è rimasta celebre. Pensate al contributo del pensiero francescano e della prima e seconda Scolastica. Gli umanisti civili dell’epoca, di fronte alla trasformazione straordinaria (stava per nascere l’economia di mercato), mentre continuavano ad occuparsi del sociale, ad interessarsi degli ultimi (ospedali, scuole ecc.), capirono che era necessario trovare una strategia che indirizzasse la gente verso una prospettiva di sviluppo umano integrale.

Oggi dobbiamo fare un’operazione analoga ovviamente in un contesto completamente diverso,  quello del passaggio dalla modernità alla postmodernità, caratterizzata da fenomeni di portata epocale come la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia e soprattutto la quarta rivoluzione industriale iniziata nel 2001 con il progetto delle tecnologie convergenti, (quelle che risultano dalla combinazione sinergica delle nanotecnologie, biotecnologie, dell’intelligenza artificiale e delle neuro scienze, in acronimo NBIC). La globalizzazione di per sé è un fatto positivo. Perché allora ha creato problemi? Perché si è lasciato che la globalizzazione diventasse globalismo, cioè una ideologia e le ideologie in economia sono spesso più pericolose che in politica. Se non fosse intervenuto papa Francesco con documenti magisteriali come EG, LS altri ancora che hanno scandagliato le cause profonde del malessere da tutti avvertito, saremo ancora a descrivere e a lamentarci degli effetti provocati da quelle cause. Mi piace ricordare che la proposta della strategia trasformazionale è stata lanciata proprio da papa Francesco fin all’inizio del suo pontificato.

C’è una seconda ragione strutturale che vale a farci comprendere le difficoltà dell’attuale momento storico nel mondo cattolico. Nel corso dell’ultimo Cinquantennio è iniziata la seconda secolarizzazione. La prima secolarizzazione fu quella che si impose dopo la rivoluzione francese. Max Weber, grande sociologo tedesco, ha scritto pagine indimenticabili sulla prima secolarizzazione, connotata dall’aforisma che dice: “Etsi Deus non daretur”. Il principio di laicità, formulato per primo da Gesù di Nazaret, venne stravolto nel principio di laicismo dalla rivoluzione francese: nella sfera pubblica bisogna comportarsi “come se Dio non esistesse”. Lo slogan della seconda secolarizzazione invece è: ““Etsi communitas non daretur” (comportarsi “come se la comunità non esistesse”). Questo ci aiuta a capire le difficoltà odierne. Comunità è sempre stata una delle parole più usate nel lessico del mondo cattolico ma oggi raramente si sente parlare di comunità. La seconda secolarizzazione ha spostato il fuoco dell’attenzione dall’individuo alla persona. Lo slogan odierno è “voglio dunque sono”.  (“Volo, ergo sum”). Cioè “io sono ciò che voglio”.

In un contesto culturale di questo tipo andare a parlare di una prospettiva comunitaria (si pensi a E. Mounier e alla sua “Rivoluzione personalista e comunitaria”) è andare contro vento. Tutto questo è accaduto senza che il mondo cattolico abbia preso una qualche posizione di contrasto nei confronti dell’individualismo libertario che nasce in America negli anni ‘60. E’ una filosofia di vita, l’individualismo libertario; se non trova sul suo cammino una controproposta altrettanto forte è chiaro che dilaghi. Si badi, però, a non confondere il principio comunitario con il comunitarismo. Dobbiamo tornare a riconcettualizzare la nozione di comunità senza scadere nell’opposto estremismo che è quello del comunitarismo. Abbiamo alla spalle il ’68, una soluzione forse peggiore del male che quel movimento voleva estirpare, perché si muoveva nella direzione del comunitarismo. La comunità in senso proprio esiste se riesce a conciliare la libertà del singolo con il suo bisogno irrefrenabile di relazionarsi con gli altri. E’ su questo che il mondo cattolico in Italia è deficitario perché non parla quasi mai di queste cose.

La caduta di rilevanza dei corpi intermedi è la precisa conseguenza dell’individualismo libertario. Quando questo avviene la democrazia non è più tale. La democrazia non può fare a meno dei corpi intermedi, ma questi stanno assieme soltanto se c’è un cemento, soltanto se riconosco che tu sei essenziale per il mio io. Ecco perché emerge il populismo che è la posizione filosofico-politica che afferma che la verità è depositata dentro il popolo. Per il populismo il popolo non è una categoria sociologica o politologica, è una categoria morale. E se la verità è dentro il popolo chi la fa partorire è il leader, cioè il capo-popolo. Capiamo perché il populismo è pericoloso. Non ci sarebbe nulla di male nel dire “noi ascoltiamo il popolo”, ma non è questa l’essenza del populismo, che invece afferma che il principio di verità risiede nel popolo, cosa non vera. Nel momento in cui io ragiono in questi termini preparo la via a forme di totalitarismo più o meno velate in cui è il leader che sa “estrarre” dal popolo la verità, e quindi è il leader cui bisogna dare tutti i poteri.

  1. Sono dell’idea che, se vogliamo ottenere il consenso anche da parte di chi non è credente, dobbiamo avanzare un progetto di trasformazione della realtà esistente. Questo vuole dire accogliere la prospettiva del medio e lungo termine.

Quali potrebbero essere i pilastri di un possibile progetto di trasformazione come sopra suggerito? Ne indico alcuni, quelli che a me paiono i più urgenti e più qualificanti.

a) Bisogna essere chiari sul principio che la nostra concezione della politica è non demofobica, come invece accade di constatare nella politica corrente, che tende a sbarazzarsi dei corpi intermedi della società. Sia che si parli di democrazia diretta o di deregolamentazione dei corpi intermedi o di disintermediazione nei confronti del sindacato, alla base c’è soprattutto un elemento comune: la politica non ha bisogno dei corpi intermedi. Su questo dobbiamo avanzare una controproposta e mostrare che una politica demofobica è contraria al principio democratico autentico – come già Aristotele insegnava. Concretamente, ciò implica prendere posizione a favore del modello tripolare di ordine sociale basato su Stato, Mercato e Comunità. Il modello bipolare Stato-Mercato è ormai definitivamente obsoleto e non più all’altezza delle sfide in atto. Solo così si potranno dare ali robuste al principio di sussidiarietà.

b) Il secondo punto riguarda il cosiddetto modello di welfare. Bisogna prendere posizione al riguardo. Il welfare state è stato una grande conquista di civiltà (E’ nato in Inghilterra con il contributo di Keynes durante il tempo di guerra, e approvato a Londra nel 1942. Attenzione a non confondere il welfare state come modello di ordine sociale, alternativo al welfare capitalism nato negli USA nel 1919, con singoli provvedimenti di welfare che già erano stati introdotti nell’800 in Germania e altrove). Dobbiamo capire che oggi, a seguito di quel passaggio epocale di cui abbiamo parlato, il modello di welfare state non è in grado di conseguire gli scopi per cui è nato. Il mondo cattolico non ha niente da dire su questo, vedendo le aporie che genera? Come possiamo accontentarci di “mettere le pezze” su un welfare paternalistico-risarcitorio? Si può andare avanti così ad offendere la dignità delle persone elargendo loro elemosine variamente denominate? C’è una famosa frase dei francescani che circolava già nel 1300: “L’elemosina aiuta a sopravvivere ma non a vivere. Perché vivere è produrre e l’elemosina non aiuta a produrre”. Ecco perché i francescani creano le prime banche (i Monti di Pietà), i Monti del Matrimonio, la contabilità d’azienda e così via. E’ chiaro che le emergenze vadano gestite ma non può essere questa la risposta. Noi dobbiamo proporre un modello di welfare universalistico di comunità, che risponda alle inadeguatezze e alle insufficienze del tradizionale modello di welfare state. Welfare state vuole dire che è lo stato che deve prendersi cura dei suoi cittadini dalla culla alla bara. Nel momento in cui si dice che è lo stato che si deve prendere cura dei cittadini, ditemi cosa resta da fare alla comunità. In positivo dobbiamo offrire un altro modello.  Oggi il termine che viene usato è “welfare di comunità”, ossia un welfare generativo.

c) Il terzo punto riguarda la questione propriamente economica. Qual è il modello di economia di mercato che vogliamo proporre agli altri e su cui chiedere il consenso a tutti? Possiamo andare avanti con un modello di economia in cui tutto si riduce a scambio e non anche a reciprocità? Il principio di reciprocità è tipico del cristianesimo. Nessun’altra religione ha questo principio perché tra l’umano e il divino c’è un rapporto di reciprocità. Gesù ha fatto il dono di se stesso, non il regalo. La salvezza ci è offerta come dono, ma sta a noi accettarla o no. Cosa vuole dire accettare il dono? Che dobbiamo fare qualcosa, mentre il regalo ricevuto non mi chiede di fare nulla. E questo vale anche per l’economia.

Per troppo tempo i cattolici sono stati al carro degli statalisti. Un errore tragico fatto in buona fede. Dobbiamo trasformare il sistema fiscale perché esso colpisce soprattutto il lavoro, (il salario) e il profitto, mentre non colpisce adeguatamente la rendita (invece un vero sistema fiscale deve colpire la rendita parassitaria, a cominciare da quella finanziaria).   Del pari deve entrare nel sistema fiscale il quoziente familiare. L’errore fatto dalla DC è che non è stata capace in tanti anni di governo di introdurre nel sistema fiscale il quoziente familiare. La Francia laica lo ha introdotto nel 1945 e da allora non l’ha mai cambiato: oggi in Francia il tasso di natalità è 2.4, mentre noi abbiamo il tasso a 1.3. Bisogna avere il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato.

Bisogna prendere posizione sul modello di sviluppo economico che vogliamo favorire, evitando sia il neoliberismo sia il neostatalismo. Il mondo cattolico non può scivolare ora sull’una ora sull’altra sponda. Possibile che non possiamo proporre una nostra convincente ricetta basata sul  paradigma dell’economia civile? L’economia civile nasce entro l’alveo culturale cattolico nel 1753, ma poi siamo andati a rimorchio del pensiero protestante calvinista. Riappropriarsi di queste radici è molto importante. Il Presidente Mattarella al centenario della Confcooperative dell’aprile scorso ha ricordato il modello di economia civile e ha ricordato il primo Festival dell’economia civile celebrato a Firenze alla fine di marzo che è stato un successo travolgente.

d) Un altro punto riguarda la scelta tra neoumanesimo e transumanesimo. La quarta rivoluzione industriale sta cambiando il modello culturale di fondo. In California è nata l’Università della Singolarità, dove viene portato avanti il progetto transumanista. Dicono che la macchina (intelligenza artificiale) sostituirà a breve completamente l’umano, andando oltre l’umano. Non solo, ma sostengono anche che ormai l’intelligenza artificiale è acquisita e che il prossimo stadio sarà quello della coscienza artificiale. Ciò che ancora separa l’umano dalla macchina è la coscienza, perché sul piano delle cose da fare i robot di terza generazione sono già più bravi di noi. E pensano di arrivare a creare una macchina dotata di coscienza artificiale entro il 2050. In ogni caso il danno lo stanno già facendo. Perché vi sono tanti filosofi che stanno andando dietro al progetto transumanista, ponendo in discussione il concetto di natura umana e così facendo minando i fondamenti della nostra fede. La posizione opposta al transumanesimo è il neoumanesimo. Noi da che parte vogliamo stare? Mi direte “dalla parte del neoumanesimo”. Ma bisogna che cominciamo ad attrezzarci per la bisogna. E su questo piano siamo terribilmente indietro.

 Pensate al lavoro che teologi, sociologi, economisti, filosofi, giuristi sono chiamati a fare. Le applicazioni sono in diversi ambiti. Anche al livello regionale una posizione bisogna che la prendiamo. Ad es., con l’ingresso delle nuove tecnologie, quale sarà l’impatto sul lavoro? Questo ingresso creerà nuove forme di disoccupazione (non i bravi ma quelli di mezza tacca saranno disoccupati; li lasciamo in mezzo alla strada?). Bisogna che ci poniamo il problema di come, pur non contestando l’avanzamento tecnologico, ci prendiamo cura delle conseguenze indesiderate. Se non lo facciamo noi, chi lo fa? In termini di innovazione, questa Regione è molto avanti.  Ci sono imprenditori di primo rango in questa regione che sono credenti e vogliono essere coinvolti. Ci dicono: Noi siamo disposti a metterci in gioco, a fare la nostra parte come imprenditori, ma perché non venite a questionarci?

e) L’ultimo punto è quello che riguarda la geopolitica: possiamo andare avanti a stare a rimorchio dei nazionalisti o dei sovranisti? Possiamo andare avanti a buttare all’aria il concetto di nazione? Non possiamo abbandonare ai sovranisti la nazionalità, la patria; non possiamo liberarcene perché la nazionalità dice dell’identità di un popolo, ma l’identità degenera quando scade nel nazionalismo. Come si sa, due sono le nozioni di identità: Due sono le nozioni di identità: c’è l’identità intesa come processo e l’identità come patrimonio acquisito dal passato. In questo secondo caso l’identità è mera conservazione di quanto la tradizione ha trasmesso, e questo è sempre pericoloso. L’identità vera invece è un processo dialogico con il quale io rapportandomi con altri, con altre culture, con altre religioni vado a riscoprire la mia radice e la metto a confronto con quella degli altri senza però identificarmi con quella dell’altro, né demonizzare l’identità dell’altro. Abbiamo bisogno di affermare questa nozione di identità, perché diversamente il rischio, come peraltro sta avvenendo, è che l’identità intesa nell’altro senso si trasformi in sovranismo la cui radice profonda sta nel dire noi siamo noi perché abbiamo la nostra storia alle spalle e dobbiamo proteggersi dall’invasione di altre culture, di altre religioni e così via.

Su questo fronte dobbiamo ammettere che siamo terribilmente indietro. Da una parte abbiamo sviluppato una politica dell’accoglienza di tutto rispetto, veramente notevole, dall’altra però non abbiamo ancora una strategia dell’integrazione. La gente confonde l’accoglienza con l’integrazione. Il punto è che per proporre un modello di integrazione bisogna decidersi e farlo con attenzione, perché oggi ad esempio il modello di integrazione del multiculturalismo è ampiamente superato così come è superato il modello assimilazionista. Cosa proponiamo in alternativa?   Occorre elaborare il modello del dialogo interculturale basato sulla distinzione tra ciò che non è accettabile, ciò che può essere tollerato, ciò che può essere rispettato, ciò che può essere condiviso. Nei confronti di richieste che vengono da portatori di altre culture, io che voglio mantenere la mia identità cristiana, devo sapere ciò che posso tollerare e ciò che non posso tollerare, ciò che posso rispettare e ciò che posso condividere. Se non ci adoperiamo per questo lavoro, la nostra gente e soprattutto le nostre associazioni, che fanno un mondo di bene, rimangono disorientate, perché finita la fase emergenziale dell’accoglienza non sono poi in grado di avviare progetti e realizzazioni pratiche per attuare un’autentica integrazione.

  1. Termino con alcune suggestioni concernenti la costituzione di un auspicabile Osservatorio Regionale di educazione politico sociale (non solo di formazione politico-sociale). Duplice la mira della proposta in oggetto. Per un verso, quella di dare vita ad una iniziativa inedita di educazione politica al servizio dei luoghi reali della partecipazione civile e politica respingendo qualsiasi tentativo di etichettatura di tipo partitico. Da tempo i partiti non raccolgono più consenso tra la gente e hanno cessato di essere agenzie di educazione politica. Il mondo cattolico non può restare inerte di fronte a questo vuoto, estremamente rischioso per la sostenibilità stessa della democrazia.

Per l’altro verso, è urgente prendere posizione nei confronti di quella corrente intellettuale che vorrebbe affermare l’idea che una comunità politico-statale s’identifica non già nella sua identità storico-culturale, ma nella sua forma giuridico-costituzionale, come se la matrice valoriale fosse un fardello del passato di cui liberarsi. La conseguenza per il mondo cattolico dell’affermazione di quella corrente è sotto gli occhi di tutti. Dopo la fine della DC, con la progressiva dispersione del suo patrimonio politico e morale, il voto dei cattolici si è spostato dal piano dei valori a quello degli interessi. E’ certamente legittimo mirare a tutelare in politica i propri interessi, ma non a spese dei valori fondamentali. Il che è quanto sta oggi accadendo.

L’Osservatorio si qualifica dunque come luogo in cui si produce pensiero partendo dalle relazioni di prossimità per arrivare alla dimensione globale dell’agire politico e ritornare poi sul territorio. Questo terzo momento essenziale per neutralizzare il rischio dell’accademismo: occorre ricercare nel locale le occasioni e gli spazi per agire a verificare poi le ipotesi maturate in sede di riflessione teorica. L’Osservatorio è un’agenzia formativa vera e propria, perché offre al suo frequentatore la possibilità di sottrarsi al ruolo di puro fruitore passivo delle conferenze degli esperti. Ciò significa che, in aggiunta alle conferenze tematiche degli esperti, occorre prevedere laboratori che consentano non solo di approfondire gli argomenti trattati, ma anche di favorire sia la crescita del senso di appartenenza, sia la creazione di un’amicizia civile.

Un obiettivo come quello di cui sopra presuppone il coinvolgimento diretto delle varie espressioni del movimento cattolico italiano, dall’associazionismo ai movimenti. A queste espressioni – che costituiscono il nucleo duro – si possono aggiungere realtà non ecclesiali di matrice cattolica: CdO; CISL; Coldiretti; Confcooperative; EdC e altre ancora.

L’Osservatorio ha un suo statuto che prevede un Direttore, un Comitato Scientifico e un Comitato Ordinatore. Quest’ultimo è costituito dai rappresentanti delle diocesi che intendono aderire all’iniziativa. Uno dei suoi compiti principali è quello di scegliere le persone da invitare a frequentare la Scuola, tenendo presente che costoro andranno a svolgere la funzione del lievito nella “pasta diocesana”. L’Osservatorio deve essere autosufficiente dal punto di vista finanziario. Fondamentale è tenere sempre uno sguardo sulla realtà nazionale e locale. Il Comitato Scientifico propone per ciascun anno sociale i temi di riflessione e le modalità di svolgimento delle iniziative (lezioni, laboratori, convegni). Si dà inoltre un regolamento interno di lavoro ed una segreteria tecnica.

In buona sostanza, e per chiudere, si tratta di riportare la politica alla sua vocazione originaria: quella di servire il bene comune della Civitas che – come ci ricorda Cicerone – è “la città delle anime”, a differenza dell’Urbs, che è la “città delle pietre”. E’ questa la prospettiva di sguardo che vale, ad un tempo, a scongiurare il rischio mortale sia di utopiche palingenesi sia del misoneismo, che è l’atteggiamento tipico del conservatore che detesta le novità e osteggia l’emergenza del nuovo.