Un effettivo passo avanti e l’avvio finalmente di un percorso di superamento della “diaspora” che, senza annullare la specificita’ di ognuno, la valorizzi nella collegialita’ di un impegno comune.
Un impegno diretto a superare l’irrilevanza della presenza dei cattolici nella vita politica e civile.
Una condizione che persiste almeno da un quarto di secolo e non ha fatto bene ad un Paese che si ritrova incattivito, rancoroso, impaurito.
Questo, in estrema sintesi, il significato ed il valore dell’incontro promosso, ieri l’altro, da “Politica Insieme”, all’Istituto Sturzo.

 Un appuntamento finalizzato non all’ ennesima diagnosi socio-economica, bensì ad entrare direttamente nel merito di questioni controverse e rilevanti nella prospettiva del nuovo paradigma di sviluppo del nostro Paese, per indicare, con proposte concrete, una direzione di marcia, in una fase storica cruciale, non a caso chiamata a comprendere la portata profonda del fenomeno migratorio ed a guidarne, se ne saremo capaci, l’evoluzione.

Da una nuova stagione di diritti sociali che coincidono, del resto, con la stessa questione democratica che richiama le questione delle istituzioni , delle autonomie locali e della Giustizia ; ai temi del “terzo settore” e dell’economia civile; dalle politiche del lavoro esposto alle mutazioni attese dal fronte delle nuove tecnologie; da una revisione profonda del sistema scolastico-formativo da orientare, anzitutto, verso il primato in sé della funzione educativa; dalla crescita esponenziale delle sfide aperte nel campo della comunicazione; dalle provocazioni etiche della ricerca bio-medica e delle pervasive biotecnologie che ne derivano fino alla necessità di conoscere a fondo e padroneggiare la struttura del bilancio dello Stato per una adeguata gestione delle risorse in funzioni di indirizzi di sviluppo assunti consapevolmente, piuttosto che imposti dalle tensione del momento.

Senza dimenticare una indicazione precisa per un sistema elettorale a forte impronta proporzionale che consenta effettivamente alla pluralità di presenze sociali di indirizzi culturali attivi nel Paese di sentirsi inclusi, attraverso una trasparente rappresentanza parlamentare, nelle dinamiche della nostra convivenza civile e democratica.

E’ stato detto come ci troviamo a fronte di un necessario ripensamento profondo, decisamente di carattere “antropologico” dei presupposti e delle categorie interpretative della nuova politica che dobbiamo costruire.

Non basta più, infatti, una prospettiva classicamente “riformista”, bensì occorre un impegno di vasta “trasformazione” degli assetti strutturali di società che, come la nostra, vanno, tra l’altro, verso fisionomie che si riveleranno sempre più multietniche, multiculturali, multireligiose.

Ieri abbiamo avuto una partecipazione molto nutrita, attenta.

Si avvertivano il sentimento di attesa; la consapevolezza comune che si trattasse di un momento importante di raccordo tra le tante forme in cui si esprime oggi la ricerca e la ripresa di una presenza strutturata di limpida ispirazione cristiana; la coscienza di una nuova responsabilità e di un dovere che compete al mondo cattolico, nella misura in cui e’ percepito dall’esterno come una riserva di valori e di senso di cui difficilmente si può fare a meno ed, infine, la fiducia, la speranza che a questa domanda si sappia corrispondere.
Dalla relazione introduttiva di Stefano Zamagni, ai numerosi interventi – che fossero contributi personali oppure in rappresentanza di associazioni o gruppi già organizzati ed attivi – fino alla sintesi conclusiva di Leonardo Becchetti, si sono via via accumulati spunti, provocazioni, indicazioni anche di carattere operativo che meritano senz’altro, ciascuna per conto suo, di essere dipanate, svolte ed approfondite, ma quel che più conta e’ stata la constatazione che una tale ricchezza di contributi e’, fin d’ora, riconducibile ad una cornice che li sa ricomprendere nel loro insieme ed armonizzare.
Nella dispersione degli ultimi decenni, nel clima della secolarizzazione compiuta dell’ età globale, si discuteva perfino se un “mondo cattolico” – al di là della articolata interpretazione del termine – ancora esistesse o meno.
Senza esagerare il rilievo dell’incontro di ieri – peraltro circoscritto e limitato alle tematiche di ordine sociale e politico che la fede intercetta – si deve pur dire che, sia pure arrivando da frontiere di diverso impegno e da prolungati reciproci silenzi, non appena ci si parla, si scopre – ed è, ad un tempo, ovvio e pur sorprendente che sia così – che davvero si parla ancora la stessa lingua.
Anzi, per quanto le esperienze articolate di questi anni, esplorando campi nuovi, abbiano, se possibile, addirittura accresciuto la ricchezza espressiva l’idioma, nessuno ne ha smarrito la radice comune, per cui ci si ritrova a dialogare con appropriatezza dei termini e con efficacia dialettica.
A questo punto, possiamo effettivamente camminare su un sentiero condiviso, allargando via via la prospettiva, anzitutto verso la definizione di un “manifesto” o di un “appello” che – e’ stato detto autorevolmente, anche ieri – come fu per Sturzo, un secolo fa, non sia rivolto solo ai credenti, ma a tutti gli uomini di buona volontà che nei valori del cristianesimo ravvisano le ragioni di un arricchimento straordinario di tutto ciò che è più autenticamente umano.
Spetta, dunque, a tutti noi, saper stare e lavorare davvero “Insieme”; davvero in atteggiamento “sinodale”, senza inutili protagonismi, senza gelosie di ruolo, senza veti o sospetti incrociati, senza primati o supposte paternità cui altri debbano rendere un qualche omaggio.
Alla pari. Ma autonomi, con un impegno serio, meticoloso, puntuale, competente, capace di attrarre ed includere la grande, indispensabile risorsa delle nuove generazioni e del loro connaturato entusiasmo.
Domenico Galbiati