In geopolitica si considerano, generalmente, tre tipi di potenza: hard power, economic power e soft power. Una superpotenza globale, per esser tale, avrà tutte e tre queste tipologie di potere, una potenza regionale o globale, invece, ne avrà solo alcune.

Perché si suddivide il potere degli stati in queste tre macro categorie? A cosa corrispondono?

La categoria più immediata da capire è quella dell’economic power: la potenza economica. Intuitivo capire cosa sia e, altrettanto facile, capire quali stati ne siano detentori e in qual misura.

Leggermente più difficile ma pur sempre intuitivo è il concetto di Hard Power che potremmo tradurre, quasi letteralmente con “potere duro”, “potere forte”. Da questa traduzione giungere a comprendere che l’oggetto di questo potere sia la forza bruta, la potenza militare è quasi un sillogismo. Come per il potere economico anche il potere militare è abbastanza facile da individuare, magari è meno precisamente quantificabile, poiché una certa vaghezza sulla reale consistenza degli arsenali nazionali è condizione necessaria per le questioni militari, ma non vi sono assolutamente dubbi su chi è armato e chi no.

Il Soft power invece è, traducendo letteralmente, il potere leggero.  In questo caso la traduzione letterale non ci aiuta, anzi sembra una contraddizione. Con soft power si intende quell’insieme di caratteristiche che rendono “simpatica” “gradita” una nazione. Racchiude in sé tutti le caratteristiche intangibili e difficilmente quantificabili: l’influenza culturale, la capacità di relazionarsi coi partner, l’idea che una potenza da di sè.

Potrebbe sembrare qualcosa di marginale ma, in realtà il soft power è una forma di potenza efficace tanto quanto la complessità nel quantificarlo: in questo caso non ci sono milioni da mettere sul tavolo, cari armati e bombe atomiche da contare però esiste e si sente.

Per capire il concetto analizziamo le due superpotenze che oggi si contendono la leadership e: gli USA e la Cina. Per raggiungere, o mantenere il primato, la competizione è aperta in ognuno di questi tre “campi di potere”. La Cina, dopo aver quasi colmato la differenza di potenza economica, sta marciando a grandi passi per colmare il gap militare mentre pare ancora in netto svantaggio sul soft power per quanto anche qui ha lanciato un ambizioso piano ma andiamo con ordine. Perché, per quanto nessuno indicherebbe negli USA la nazione più gradita del pianeta, la Cina è svantaggiata nel campo del soft power?

Analizziamo i fatti: è innegabile che “il sogno americano”, la società del benessere e dei consumi le libertà che sono garantite ai cittadini sono visti come un traguardo da gran parte delle popolazioni del pianeta. Persino negli stati islamici che ritengono gli USA il “grande satana” la popolazione aspira a imitare il modello occidentale, quantomeno in fatto di ricchezze e beni di consumo.

A questo possiamo sommare i successi scientifici, le disponibilità di tecnologie e conoscenze mediche, i livelli di istruzione e l’influenza raggiunta in campo culturale che portano gli Usa a esser presi a modello e punto di riferimento.

La Cina in tutto questo insegue: Le università cinesi non godono della fama delle controparti americane, la filmografia, la letteratura e le espressioni artistiche cinesi non sono granché popolari nel mondo e il modello di stato e di società di cui la Cina è espressione non sono esattamente ritenuti desiderabili dagli altri popoli. Opinione comune, infatti, vuole che la nazione asiatica sia vista come una superpotenza arcigna e oppressiva dove le disponibilità economiche sono estremamente concentrate, le libertà sono ignorate e il cittadino medio è solo un produttore seriale privo di svaghi.

Consci di trovarsi in una situazione di svantaggio e non volendo o potendo cambiare repentinamente modello social-statale i cinesi hanno deciso di provare a occupare spazi di soft power… nel calcio. Esattamente. Lo sport è l’unico campo dove gli Usa non sono in netto vantaggio: piaccia o meno lo sport più seguito al mondo è il calcio che, combinazione, non è per nulla popolare negli Stati Uniti che quindi non hanno posizioni di vantaggio.

Analizzata la situazione la Cina ha agito, il calcio è diventato uno strumento utile al migliorare la propria immagine, una possibilità per abituare alla propria presenza senza suscitare timori o diffidenze. Ecco quindi che nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una decisa penetrazione cinese nei club europei e a una sempre maggior crescita del calcio cinese che da alcuni anni è una meta per molti calciatori. Di contro pare che anche gli americani abbiano registrato la mossa e, a suon di miliardi, ecco sbarcare in Europa presidenze americane che vanno a controbilanciare l’azione cinese.

Ciò che al semplice tifoso può sembrare una moda per ricchi sottintende, in realtà, precise strategie di potenza che nulla hanno a che fare con sport e divertimento. Chiaramente il processo è lungi dall’essere rapido e quindi potrà sembrare assurdo ma, a differenza nostra, i governanti asiatici non ragionano sulle scadenze elettorali o sulle trimestrali di bilancio e possono permettersi quindi di progettare e realizzare piani pluridecennali. Solo il tempo darà i responsi ma, nel breve, possiamo guardare all’Inter e a Suning e vedere come in pochi anni abbia cambiato le percezioni che abbiamo del colosso asiatico.

Mattia Molteni