Tuona dalla mattina alla sera, ma qui non piove mai. È così da un anno: un interminabile autunno del nostro scontento. Litigano, gridano, urlano e rimbrottano, ma poi finiscono come i ladri di Pisa: ci si insulta la mattina in piazza e la sera si fa comunella nei vicoli scanti.

Pensiero stupendo: ma non è che è tutta una manfrina? Nossignore, questo lo si poteva credere fino a poco tempo fa. Che Lega e grillini non si possano vedere è ormai dato acclarato. E allora cos’è, sete di potere? Nemmeno questo. Magari lo fosse: ci sarebbe del costrutto. Viene da pensare, e da temere, che si tratti del lento trascinarsi agonico di un amore mai sbocciato e trasformatosi in un sordo rancore impotente.

Nessuno ha la forza di tirare il grilletto: Di Maio sarebbe finito il giorno dopo ad opera di Di Battista; Salvini ha perso l’occasione d’oro, e sa che ora andrebbe meno bene di ieri, e domani meno bene di oggi. Come già fu per Renzi, che si era costruito tutto da solo la trappola dove poi è finito con entrambi i piedi. Salvini lo capisce, e spera che il tempo gli porti di nuovo un aiuto insperato, ma l’aiuto insperato è la speranza dei disperati. Prima che si consumi ce ne vorrà – almeno fino a primavera – e poi si vedrà.

Diceva Totò: potrebbe sempre scoppiare una guerra. Diciamo noi: una nuova Guerra Fredda, già strisciante. E allora vedrai le carte che volano.

Intanto, comunque, la crisi non esplode. Ma c’è: qui, lì, ovunque. Solo che fa come l’influenza quando non si decide a farti venire il febbrone: la peggiore, quella che ti debilita più a lungo e non passa mai del tutto. E se sei cardiopatico corri subito dallo specialista, perché è davvero pericolosa. Abbiamo visto organismi debilitati fare una brutta fine, in casi come questo. E di debilitazione soffre anche la nostra democrazia.

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