La situazione di crisi che vive il Governo 5 Stelle Lega sta animando anche il mondo dei cattolici interessati alla politica, divisi tra la speranza e la preoccupazione di inserirsi in una fase di possibile cambiamento.

A destra il quadro è chiaro: molti di loro sono tra le fila della Lega, altri sparsi tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. In parecchi contano sul fatto che nuove elezioni consentirebbero al centrodestra la possibilità di raggiungere il fatidico 40% e di trovare, anch’essi, una soddisfazione adeguata. Certo, resterebbe la difficoltà di inquadrare bene nei loro orizzonti la figura incombente di Matteo Salvini.

E’ evidente che si parla, così come fanno i sondaggi, in relazione allo stato delle cose dell’oggi.

Nessuno può ancora prefigurare gli sviluppi dello scandalo esploso per i rapporti con la Russia, e dei conseguenti interventi internazionali e dell’Europa, di quanto sta succedendo dentro il partito di Salvini e di cosa i 5 Stelle siano disposti a concedere al proprio alleato per alleviarne un momento di difficoltà evidente, nonostante quello che dicono i sondaggi. Soprattutto, non siamo in grado di dare per certi gli sbocchi finali di una eventuale crisi di governo: tutta da spiegare agli italiani e agli investitori internazionali.

Nel resto del variegato schieramento cattolico si avvertono sensibilità ed attenzioni nuove che, soprattutto dalle realtà locali, spingono perché si definisca una presenza basata sull’autonomia di pensiero e di partecipazione.

Questo  concetto  richiama quello dell’identità. Necessaria per dare un senso compiuto ad un giustificato e  originale intervento nella dialettica tra i partiti.  La sua precisazione si collega al superamento della oramai famosa distinzione tra “ quelli della morale” e “ quelli del sociale”. Altrimenti, si rischia di avviare un percorso che sappiamo già destinato a restare incompiuto.

Parlare di una specifica presenza significa riconoscere che il pensare politico costringe a misurarsi in maniera chiara e leale con la complessità dei fenomeni e delle situazioni. Altrimenti, quel misurarsi non ha giustificazione alcuna, in un panorama che già offre altre opzioni possibili tra le tante forze presenti in Parlamento.

Il mutato scenario politico ed istituzionale suggerisce quanto sia necessario muoversi soprattutto sulla base di proposte programmatiche concrete. Richiesta cui negli anni passati non sono stati in grado di rispondere né la destra né la sinistra.

Questo presuppone che il patrimonio di idee che ci appartiene diventi progetto organico.

E’ la vera sfida posta a quanti si riferiscono al popolarismo o all’umanesimo cristiano: tradurli in proposte legislative, in mobilitazione attorno ai punti più critici che riguardano le istituzioni, la dialettica tra i corpi sociali, il sostegno alla famiglia e le questioni etiche, a partire dalla difesa della vita e della dignità della Persona, per non parlare di quanto è sollecitato dal digitale, dalla scienza e dalle applicazioni tecnologiche.

In questo modo la rigenerazione di una idealità diventa reale fenomeno pubblico in grado di attrarre attenzione e consenso. Ciò consente la effettiva e costruttiva ripresa di rinnovate relazioni con le persone e i gruppi già organizzati del nostro mondo e di quelli composti dai non cattolici, con cui sia possibile un’ampia convergenza. Solo la riassunzione di una responsabilità pubblica attorno alle cose, ed al loro governo, giustifica e sostanzia una originalità degna di nota.

E’ altrettanto evidente la  necessità di presentare facce nuove.

Forte è la richiesta di far emergere gente poco, o per niente, coinvolta nei  25 anni di diaspora da cui ancora si fatica ad uscire. Non si tratta di un giovanilismo di maniera, perché la capacità di gestire il “ pensare politico” non si acquisisce facilmente, bensì di fare assumere un ruolo rilevante soprattutto a coloro che non hanno voluto partecipare ad una lunga, troppo lunga, stagione di bipolarismo sfociata nella destabilizzare della politica e della società italiana e rimasta ben lontana dall’assicurare quella governabilità tanto vagheggiata.

La fusione di questi elementi può segnare una svolta ed incidere sulle trasformazioni sociali, economiche e culturali in atto, sostanziando quei principi di Solidarietà e di Giustizia sociale cui in molti diciamo di riferirci.

Una porzione di amici che si rifanno a questo pensiero continuano a fare parte del Pd o ad esso ancora guarda, in attesa di miracolosi rinnovamenti.

Una variante è indicata da coloro che ipotizzano la possibilità di dare vita a delle coalizioni, come fu quasi interamente nel corso dei primi 50 anni di vita della Repubblica, o a una riedizione della Margherita. In questo modo, alta è la probabilità di anteporre la tattica alla strategia e limitare un ben più ampio progetto politico al mero sbocco elettoralistico, senza provare a costruire alcunché di ben strutturato e, soprattutto, proveniente dal  basso.

E’ chiaro che questa logica è basata su numerose considerazioni, che pure potrebbero avere, in teoria, un loro peso. Vengono infatti valutate l’incidenza dell’attuale sistema elettorale, la più facile possibilità di avviare un movimento verticistico, basato su relazioni apicali e antichi rapporti personali che ancora persistono con esponenti o gruppi del Pd.

Politicamente più importante, la considerazione che viviamo una situazione di straordinarietà e che, quindi, bene sarebbe partecipare alla creazione di un “  fronte” di salvaguardia democratica necessario a sconfiggere populismi e sovranismi. Non si considera, però, che taluni fenomeni trovano un loro contenimento e un deciso contrasto sulla base dell’offerta di più alternative e dell’allargamento della  dialettica politica ad altre opzioni democratiche possibili.

Alla base di tutto ciò vi è,  in ogni caso, la consapevolezza che parliamo di  gruppi elitari, mentre ancora scarseggiano le truppe a disposizione.

Del resto, la diaspora, su cui ragiona con grande acutezza monsignor Mario Toso nella sua recente terza riedizione di  “ I cattolici e la politica”, edita dalla Società  Cooperativa Sociale Frate Jacopa e pubblicata con una prefazione di Stefano Zamagni, ha frantumato il mondo cattolico.

Non solo per ciò che va riferito all’elaborazione del pensiero, pressoché coincidente sui temi sociali e su quelli morali, ma pure per la scomposizione di una rete di presenza nel territorio e dei presupposti di  una possibile forma di organizzazione

Molto, allora, resta giocato solamente attorno al tentativo di limitarsi ad essere “ rappresentanti” di qualcosa. Sulla base di ciò, ammesso che  una sorta di tale rappresentanza sia realmente da tutti acclamata, si punta ad  essere “  riconosciuti”  e ad ottenere, così, un’ adeguata presenza in liste altrui.

Si sottovaluta, inoltre, come il  Pd  abbia già al proprio interno parlamentari che si dicono ispirati cristianamente e coltivi  autonomi rapporti, anche di vecchia data, con altre organizzazioni sociali e politiche espressioni del mondo cattolico. Si tratterebbe di offrirsi in aggiunta dall’esterno, o cos’altro?

Talune vicende legate alle elezioni europee, e alla formazione delle relative liste, hanno rivelato una forza delle cose che sarebbe sciocco non considerare: le posizioni di Nicola Zingaretti, all’insegna di un evidente ed assoluto disinteresse per le istanze dei cattolici, la rissosità interna che quotidianamente si respira nel Pd, il rischio concreto di una sua implosione.

Resta, dunque, una sola opzione possibile: credere nel proprio patrimonio ideale e nella capacità di elaborare politicamente mentre si riaggrega a partire dai territori; avere la capacità di intercettare e dare uno sbocco alla richiesta di far nascere una forza capace di andare oltre l’indicazione del vecchio riformismo; partecipare all’avvio di autentici processi generativi volti ad una completa trasformazione delle istituzioni, delle regole e dei comportamenti della politica, dell’economia e del vivere sociale e civile.

Questi i punti attorno cui ha senso avviare una convergenza per ricostituire un nuovo, originale e spassionato soggetto politico aperto ai credenti e ai non credenti.

In un quadro del genere, un’ultima notazione riguarda i “ federatori”.  Cioè il gran numero di gruppi ed iniziative avviate nel corso degli ultimi mesi, dopo il disastro del 4 marzo 2018, con l’intenzione di proporsi quale contenitore possibile da cui partire per ridare sostanza ed organizzazione ad una ripresa. Un fervore tanto intenso da porci, allora, il problema di ” federare” i federatori.

In realtà si tratta, superando davvero vecchie abitudini e andando oltre le pur legittime aspirazioni personali e di gruppo, di accettare la logica dell’inclusione, dello scambio libero e fecondo del patrimonio che ciascuno esprime con la propria storia, la capacità di elaborazione e l’organizzazione.

Meglio sarebbe se una possibile convergenza partisse dai territori, piuttosto che da laboratori di vertice, di cui pure c’è bisogno, senza pensare a precostituire dirigenze o “ cabine di regia”.

Non abbiamo bisogno di abbandonarci  al concetto del “ leader”: ad ogni livello, si dovrebbe coltivare il gusto per il metodo collegiale, evitando di dare vita a vertici inamovibili e di autonominati, non sottoposti a verifiche di qualità e di risultati.

Devono essere, invece, create le condizioni per l’emersione e la valorizzazione dei talenti, numerosi e sparsi in tutte le realtà cui ciascuno di noi è collegato.

Soprattutto, vanno superate le prevenzioni reciproche tra quanti, senza opportunismi, ma con serietà e coerenza, hanno maturato esperienze diverse, persino da schierati in campo avverso. A ciascuno deve essere lasciata la franchigia di scendere da vecchie scialuppe per provare a percorre un nuovo tratto di mare su una nuova imbarcazione. Non mancherebbe in ogni caso la capacità di discernere uomini, cose e situazioni.

Giancarlo Infante