Ancor prima della ripresa di attività di Governo e Parlamento, dopo la pausa feriale, non hanno tregua le liti nella maggioranza. Il prossimo terreno di scontro sarà il documento di economia e finanza (DEF) che una volta si chiamava più semplicemente legge finanziaria. Ora sarà la volta della “flat tax” ovvero l’introduzione di una sola aliquota del quindici per cento  per l’imposta sul reddito  delle persone fisiche. La Lega l’aveva promesso nella campagna elettorale del 2018, e lo ha ribadito elevando le   aliquote a due prima delle ultime elezioni europee. E’ naturale che ora passi alla cassa annunciando l’attuazione di questa  riforma  per il bilancio 2020.

Il ministro dell’Economia professor Tria, che già si trova a dover affrontare il previsto pesante aumento dell’iva per il prossimo anno, ha già anticipato che non saranno possibili nuove forzature a debito,  che il sistema tributario sarà semplificato ma nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica e che quindi la flat tax è quanto meno improbabile.  L’ineffabile ministro Salvini ha già risposto con una dichiarazione delle sue: “ se il ministro dell’economia dice che di taglio delle tasse quest’anno non se parla allora il problema sono io oppure il problema è lui”. Come nella sfida all’OK Corral, il famoso  western degli anni cinquanta.

Chi non ha la memoria corta ricorderà  certamente come fu approvata dal Parlamento la legge finanziaria lo scorso anno, all’ultimo momento, senza discussione, senza documenti depositati e con incrementi di spesa senza coperture e quindi a debito.

Non era mai successo nella storia della Repubblica che procedure e regole fossero così devastate, complici il reddito di cittadinanza voluto da una parte e “quota cento” pretese dall’altra. Il risultato, come è ben noto, è stato il rischio reale di una procedura di infrazione delle regole finanziarie comunitarie, seguito dalle puntuali assicurazioni dei due vice-premier che giuravano  non ci sarebbero stati interventi correttivi. Alla fine è bastata una letterina della Commissione UE approvata da tutti i Paesi comunitari, nessuno escluso, per rientrare nei ranghi  con la coda tra le gambe, adottando di corsa proprio quelle misure correttive già negate, con il solito robusto taglio di spese correnti.

La riforma fiscale è una cosa seria e una riduzione delle aliquote potrà essere concepita solo avviando la soppressione di detrazioni ed esenzioni, ma la “flat tax”, tanto per confermare la commedia all’italiana, è per ora nota solo per il titolo e lo sbandieramento e non certo in termini economici, finanziari e amministrativi. Tanto è bastato  per sollecitare già perplessità che circolano nelle poche occasioni dove si riportano le discussioni e non solo i ”tweet” di tre righe.

Uno studio messo a punto dai dottori commercialisti ha già evidenziato che ben il settanta per cento dei contribuenti italiani che pagano l’imposta  dichiara redditi inferiori ai 25.000 euro, per i quali  l’aliquota è già inferiore al quindici per cento proposto per la tassa piatta. Di conseguenza con la “flat tax” milioni di contribuenti rischierebbero di pagare di più.

Il professor Alberto Brambilla, presidente del CSRIP, e già ritenuto in quota Lega, osserva in una recente analisi che oltre la metà di tutta l’IRPEF versata è pagata dal tredici per cento della popolazione e  coloro che già pagano la parte prevalente del gettito  sarebbero tassati ancora di più.  Il professor Cottarelli, che di bilancio dello Stato se ne intende come pochi, si è limitato per ora a dire che così come la descrivono sommariamente la “flat tax” costerebbe un sacco di soldi ed oggi sarebbe un rischio troppo rilevante. Per non dire della società di rating Standard & Poor’s che conclude un “paper” recente sostenendo per l’Italia l’impraticabilità di misure di bilancio senza copertura finanziaria, pena una inevitabile “crisi si fiducia come quella avvenuta in Grecia nel 2015”.

C’è solo da augurarsi che come per l’euro (non dimentichiamo la raccolta di firme per uscire della moneta unica sostenuta dal M5Stelle)  così come per l’Ilva, per i lavori del Tap,  per quelli della Tav,  per il job act, per la abolizione della legge Fornero e tante altre “rivoluzioni” populiste non riescano a trasformare le bizzarie propinate agli elettori in fatti veri. Se saremo ancora in tempo.

Guido Puccio