Come era facile prevedere, i primi passi della crisi confermano che niente possa più essere dato per scontato. Di certo c’è solo la pochezza di qualità di tutti gli interventi che abbiamo ascoltato ieri al Senato.

Le recenti riflessioni sulla “ complessità” riemergono tutte intere. In particolare, per ciò che riguarda i giochi della politica che non sono più lineari. L’attuale contesto porta ad un tasso in più di tatticismo e di  opportunismo che un po’ tutte forze politiche dispiegano, oramai, nel più assoluto disprezzo della intelligenza della pubblica opinione.

Il dibattito al Senato sul calendario dei lavori sulla crisi ha portato, in ogni caso, delle conferme assieme  a talune incertezze sugli sviluppi dei prossimi passaggi.

I punti chiari che appaiono evidenti sono:

1) Salvini non è più l’unico “ padrone” della vicenda politica italiana. Siamo di fronte alla certezza che un’altra ipotetica maggioranza è possibile.

La fretta di Salvini verso un voto anticipato è stata ridimensionata da un parziale convergere di quelle forze che hanno creato la nuova maggioranza in Europa. Là, 5 Stelle e Pd hanno votato in sostegno della nuova presidente della Commissione europea, espressione del Ppe. Parziale,  perché Forza Italia si è allineata alla richiesta di elezioni subito. Però, in precedenza Berlusconi ha gettato molta acqua fredda sulla possibilità di entrare nella lista di Salvini rivendicando la continuità del ruolo autonomo dei suoi azzurri. Al punto che il previsto vertice tra i due è stato annullato.

2)  Salvini ha mostrato di avere paura di rischiare il triplo salto mortale con avvitamento cui si è accinto nel momento in cui ha presentato la mozione di sfiducia contro il Governo Conte. Una paura che traspare anche da due segnali emblematici, ma contraddittori, provenienti dal dibattito al Senato: i ministri della Lega non erano seduti sui loro banchi a Palazzo Madama, ma del loro ritiro neppure se ne parla. Manca, insomma, quel decisionismo cui siamo stati abituati, sostituito da piccole furbizie destinate a volatilizzarsi nel giro di poco.

3) Matteo Renzi. Nel corso della sua conferenza stampa pomeridiana ha dato concreta dimostrazione di come sia ben cosciente di trascinare con sé la maggioranza dei componenti i gruppi parlamentari del Pd. Non ha dato spazio, però, ad ipotesi secessioniste e non ha creato incrinature con il resto del Pd, ufficialmente guidato da Nicola Zingaretti. Non si è voluto impiccare ad una formula definitiva, governo istituzionale, di scopo, di legislatura, abilmente lasciando ai 5 Stelle, e a Mattarella, ogni decisione al riguardo.

Di contro, restano molti punti  ingarbugliati. A partire da quelli sui tempi e lo sbocco concreto della crisi.

Non è del tutto chiaro quale sarà la sorte  dell’esecutivo Conte e ancora resta una possibilità che non si vada ad elezioni anticipate al più presto. La ipotetica nuova maggioranza, però, non è ancora costruita attorno ad un assetto certo per il possibile nuovo governo.

Salvini ha tirato fuori dal cilindro la proposta di votare per il taglio del numero dei parlamentari, come richiesto da Luigi Di Maio. Un fuori programma paradossale, recitato mentre il capo della Lega continuava a chiedere un voto ostile contro i 5 Stelle per ottenere un immediato intervento in Parlamento di Giuseppe Conte, con conseguente voto di fiducia.

Salvini ha sì ottenuto un iniziale effetto sorpresa, ma ha mostrato ancora più in maniera evidente la situazione di debolezza in cui si è cacciato. Oltre che una certa mancanza di rispetto verso quelli che dovrebbero tornare ad essere i suoi alleati del centrodestra, visto che non li ha neppure informati in anticipo sulla mossa in procinto di fare.

Non a caso, è stato subito rimbeccato in maniera seccata sul punto dai Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia ha completamente ignorato la sua boutade. Persino il suo alleato Toti ha espresso ampie perplessità. Berlusconi sarà indotto ancora di più a chiedersi se il matrimonio propostogli dal capo della Lega s’abbia da fare veramente.

Facile è stato per i“ grillini” chiedere il ritiro pregiudiziale della mozione di sfiducia presentata contro il governo Conte.

Salvini lo farà? Ci troveremo  di fronte ad un “ abbiamo scherzato”, ammesso che la cosa possa convincere i pentastellati e Mattarella a continuare con una imbarazzante “ separazione in casa”, come probabilmente accadrebbe?

Sul tavolo restano le stesse questioni: dev’essere scelto il commissario europeo, dev’essere approvata la legge di bilancio per evitare l’esercizio provvisorio, dev’essere impedito l’aumento dell’Iva al 25%. Salvini dovrebbe mantenere in piedi un governo di cui continuerebbero a far parte Tria, Toninelli e Trenta. Elemento che ha costituito uno dei motivi della plateale rottura con i 5 Stelle, visto che la Lega aveva chiesto la testa dei tre e la loro sostituzione con uomini suoi.

Matteo Salvini, allora, si deve decidere. Sembra che gli restino solo tre soluzioni: perdere la faccia ritornando a dare la fiducia a Conte; tirare fuori dal cilindro altre ” invenzioni” per continuare a menare il can per l’aia al fine di ritardare il più possibile la formazione di un governo diverso da quello che egli ha provato a dominare finora; assumere una posizione dignitosa e, riconoscendo che il suo azzardo non è andato a buon fine, decidersi a lasciare il banco e a far dare le carte ad altri.

L’auspicio è che il dibattito parlamentare dei prossimi 20 e 21 agosto riesca ed essere almeno un po’ più elevato di quanto non lo sia stato finora. Che si affronti la questione governo, ed eventualmente quella delle elezioni, al livello adeguato per un paese com’è l’Italia, senza dimenticare le vitali scadenze che incombono a fronte della  grave situazione economica e sociale interna, tra cui spicca quella del Mezzogiorno.

In tutte le discussioni di questi giorni è mancata in modo totale la dimensione internazionale dei problemi che ci riguardano.

Europa, Mediterraneo, crisi nel mondo musulmano, guerre commerciali, corsa agli armamenti, costituiscono sicuramente un insieme più importante con cui misurarsi. Ridurre tutto al taglio del numero dei parlamentari sembra davvero un insulto per tutti noi.

Giancarlo Infante