19 agosto. Ricorre il sessantacinquesimo anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi.
“Demofilo” pubblica le sue “Idee ricostruttive” il 26 luglio 1943.
Che si sia trattato di straordinaria tempestività o di coincidenza, rappresentano il frutto non certo occasionale, ma lungamente meditato di un ventennio di sofferenza e di umiliazione, di emarginazione e di nascondimento, ma soprattutto di studio, di riflessione, di tessitura paziente di rapporti, di fede nei valori di libertà, giustizia, democrazia.
Anni di sapiente esercizio di quella lucida intelligenza politica delle cose del mondo che guiderà poi la sua azione di ricostruzione morale, civile e politica del Paese. Anni di intensa vita religiosa, spirituale e familiare.

Anche il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo nasce dalla ancor più lunga stagione del non-expedit e dell’Opera dei Confressi, dall’esclusione dalla contesa politica, da un tempo di irridente ostilità’ anticlericale, eppure di azione sociale incessante, cioe’ di vita, di esperienza quotidiana di quella “condizione popolare” che segna ed anima i ceti più umili, le classi subalterne che Sturzo vuole portare da protagoniste attive nelle istituzioni di uno Stato che sia finalmente democratico.

C’è una costante, un ritmo vitale e fisiologico, di diastole e sistole, di inspirazione ed espirazione in questa successione che si ripete.

Come se l’azione politica dei cattolici avesse bisogno, ogni volta, di una fase di distacco e di solitudine, di una sofferenza pazienza che alimenta il tenore morale ed il pensiero del popolo dei credenti.

Ha bisogno di fondarsi non sul pensiero ossificato di una ideologia, sul distillato intellettualistico di una dottrina astratta, ma sulla “vita” del popolo, rimeditata sulla scorta dei principi e dei criteri di valore che le consentono di acquisire senso compiuto e consapevolezza piena di sé.

E’ una lezione che vale, oggi, anche per noi. Il punto da cui riprendere la tessitura di una nuova tela. Anche oggi abbiamo alle spalle quasi trent’anni di esclusione e di assenza.

Ma è legittimo il dubbio che si sia trattato di una stagione di dissipazione piuttosto che di accumulo di una consapevolezza lucida del tempo che ci è dato vivere.

Eppure, molte sentinelle hanno vigilato e vegliato sul campo, pronte a cogliere le prime luci di un’ alba nuova che forse cominciano davvero a rosseggiare sopra il cielo dell’ orizzonte più lontano; almeno come aspirazione e coscienza di un dovere che forse è pure un destino, cioè un compito che sta scritto nelle cose ed a cui non si può venire meno.

Abbiamo il diritto, in quest’ora difficile, fors’anche drammatica per la vita del Paese – in ogni caso, in un frangente complesso e dirimente della storia, ben al di là dei nostri confini – di trattenere gelosamente per noi, quasi fossero l’emblema di una supposta ed esibita “alterita’”, la livrea di una identità supponente ed autoreferenziale, quei doni che, senza nostro merito, abbiamo ricevuto in uno con la Fede e, se non siamo ciechi e sordi al loro appello, possono consentirci, sul piano della concreta azione politica, senza infingimenti e titubanze, di concorrere ad indicare un percorso ricco di valore umano e civile per il nostro comune domani, anche a chi il dono della Fede non l’ha ricevuto?

E’ un punto da approfondire e su cui ritornare.

Un punto che, a mio avviso, opportunamente sviluppato, taglia la testa al toro e definitivamente afferma la legittimità doverosa di una nuova presenza cristianamente ispirata, di una terza fase dell’impegno politico dei cattolici democratici nel nostro Paese.

Domenico Galbiati