Per un attimo abbiamo creduto che le cose potessero cambiare. Poi però Lui ci ha tenuto a precisare: “IO? Mai stato per il proporzionale!”. E così Romano Prodi ci ha riportato in piena Seconda Repubblica. Quella che tutti, ma proprio tutti, ora stanno cercando di dimenticare.

Dice il Professore: sono per il maggioritario, perché il maggioritario rende grande il Paese. Peccato che da quando non c’è più il proporzionale l’Italia abbia conosciuto solo il declino. Per quanto riguarda il cinquantennio precedente, valgono le parole di De Rita: “Il periodo di maggior sviluppo nazionale dai tempi del Rinascimento”. Al G7 ci siamo arrivati con Moro, mica con gli altri.

Dice ancora il Professore: una legge elettorale non è fatta per fotografare il Paese, ma per dargli una maggioranza di governo possibilmente stabile. Come se prima i governi fossero di minoranza, a prescindere. Quanto all’instabilità, lui ne sa qualcosa. Il suo primo governo è durato poco più di quello gialloverde, il secondo quanto il mandato di Boris Johnson a Downing Street. Scriverebbe Travaglio: mi faccia il piacere. Il riferimento alla fotografia poi scivola nel marxismo: l’importante non è conoscere il mondo ma cambiarlo. Magari se prima si sa con esattezza cosa vuole la gente poi si evita di durare lo spazio di un mattino.

Prosegue il Professore: se avesse avuto una legge elettorale alla francese, l’Italia oggi sarebbe un grande Paese. Lo vada a dire a Macron, che ha appena proposto – napoleonicamente – l’introduzione in Francia della legge proporzionale. Più che a Napoleone qui siamo alla resistenza alla Cambronne.

Altra osservazione: il sistema britannico è un sistema serio. Be’, a tutto c’è un limite. Si veda il suicidio maggioritar-populista in corso a Westminster, attualmente in proiezione in tutti i cinema dell’Unione Europea, e si decida se quella è roba da democrazia avanzata e responsabile. Un leader laburista negli anni ’90, John Smith, si preparava a chiedere la proporzionale, ma morì d’infarto una notte. Lo sostituì un giovanotto che a Prodi piaceva molto, Tony Blair. E siccome basta il nome, qui ci fermiamo.

Sì, fermiamoci. E per favore, almeno per una volta, smettiamola di sognare di tornare ai meravigliosi anni ’90. Che meravigliosi non lo furono per nulla anche se a Palazzo Chigi non c’era Conte, ma un altro Professore.

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