Che gli ordinamenti democratici – non solo da noi – siano oggi messi a dura prova e si debbano, quindi, studiare forme innovative di coinvolgimento attivo e di più diretta partecipazione alla vita politica dei cittadini, è indubbiamente vero.
Ma è altrettanto vero come storicamente non si conoscano forme di vita democratica credibili che non siano fondate sulla rappresentanza e sulla delega.
Si tratta, piuttosto, di rendere quest’ultima meno aleatoria e più ricca, capace di dar conto non solo, una volta per tutte, della condivisione complessiva di un determinato indirizzo ideale o di pensiero politico, ma di una adesione critica, fondata sulla valorizzazione di quell’autonomia di giudizio che, di volta in volta, una persona consapevole e matura ha il diritto-dovete di esprimere, anche attraverso le forme associative, professionali o categoriali cui concorre.
Del resto, la stessa “governabilità” regge, alla prova dei fatti, solo se fondata su una effettiva rappresentatività delle forze parlamentari.
In un contesto civile meno strutturato, piu’ “liquido”, che esige l’attitudine a “comprendere” – nel senso etimologicamente proprio del termine – la crescente reciproca dipendenza, cioè la complessità, dei diversi piani in cui si articola la realtà sociale del nostro tempo, dobbiamo abituarci a pensare che la “politica” come tale, non debba più ritenersi confinata nel “palazzo” come appannaggio esclusivo dei partiti, ma, piuttosto, diventare una funzione “diffusa” che sicuramente ha ancora bisogno, anzitutto, di forze politiche organizzate che siano espressione – come osserva giustamente Dellai – di una cultura di fondo che ne garantisca una capacità di “visione” che vada ben oltre il “pragmatismo”’del giorno per giorno, ma, altresì, possa avvalersi di una pluralità di apporti assicurati dalla stessa cosiddetta “società civile”. Altro che “disintermediazione”.
Dobbiamo andare piuttosto esattamente contromano ad un tale indirizzo che pur viene invocato anche da taluni ambienti o esponenti di sinistra che, evidentemente, non avvertono come questo argomento sia prettamente, strutturalmente di destra.
E’ necessario ampliare la dimensione del “pensare politicamente”. Il che significa, anzitutto, chiedere ad ognuno – e vale per i singoli, come per ogni tipo di “corpo intermedio” – di compiere lo sforzo di pensare e collocare il proprio interesse particolare dentro la prospettiva dell’interesse generale della collettività, riconoscendo, da parte nostra, come un’operazione del genere, altro non sia che il presupposto o il primo passo di una strategia diretta al “bene comune”.
Dobbiamo comprendere che la “complessità” non è una iattura o un fastidio, ma piuttosto una straordinaria ricchezza. Sicuramente una sfida, ma capace di arricchire.
Ne deriva che la “partecipazione” alla vita democratica del Paese per essere davvero tale deve essere strutturata, continuativa; deve farsi carico della “durata” e della “evolutività’” intrinseca al processo storico in cui ci collochiamo noi ed i nostri criteri di validazione e di giudizio.
Guai ad immaginare che si possa dominare una realtà straordinariamente polimorfa come quella in cui ci è dato vivere, ricorrendo alla cosiddetta “semplificazione”, cioè immaginando che potando, sfrondando le mille articolazioni della realtà, la si possa ridurre ad un torsolo che piu’ facilmente può essere padroneggiato.
E’, piuttosto, vero il contrario. Si va verso un impoverimento, una contraffazione, uno smarrimento della densità dei processi in corso, tale per cui non si ha nessun presa su di essi e la “partecipazione” è meramente nominale e solo apparente.
Succede così, anzitutto, quando si immagina di poter racchiudere tematiche rilevanti dentro le polarità contrapposte di un “si'” o di un “no”, come avviene nei referendum o in quelle presunte forme di “democrazia diretta” che vediamo all’opera, ad esempio, nella piattaforma Rousseau.
Il coinvolgimento dei cittadini e della loro diretta e personale responsabilità, anche ove fossero garantire tutte le condizioni di correttezza e di trasparenza, è tanto più solo apparente, quanto più tali modalità di consultazione sono sgranate, di volta, in volta, per temi separati e distinti, mediati dai cosiddetti “quesiti”, necessariamente mai del tutto neutri, bensì sottilmente orientati al pronunciamento atteso e sostanzialmente calibrati su una sollecitazione occasionale ed emotiva, piuttosto che critica e razionale di chi viene consultato.
Si potranno pur disapprovare i “partiti”, ma non c’è dubbio che gli indirizzi che, alla fin fine, i loro organi statutari esprimono sono pur sempre il frutto di una dialettica serrata ed autentica che, sia pure nelle forme della delega, rispetta il giudizio e la passione civile di coloro che vi si riconoscono e concorrono da militanti alla loro vita.
Insomma, tra costoro e chi clicca sulla piattaforma Rousseau corre la stessa differenza che c’è tra chi pratica attivamente una disciplina sportiva e chi, al contrario, si ritiene “sportivo” perché va allo stadio, ma non ha mai fatto due passi di corsa e se ci prova gli viene il fiatone.
Domenico Galbiati