Da molto tempo il movimento di coscientizzazione politica nato sulle radici della Democrazia Cristiana
storica, e che oggi assume il nome di DemocraziaComunitaria, sostiene che il metodo delle riforme deve
essere superato, in quanto si tratta di un volonteroso strumento nato e motivato dal tempo storico delle
dominanze ideologiche e delle realtà nelle quali la forma democratica dello Stato era ancora ai suoi inizi.
In uno Stato avanzato la metodologia della politica deve essere piuttosto quella della sana “gestione
evolutiva”. Si tratta di uno spirito molto vicino a quello che nella matrice giapponese viene chiamato del
“miglioramento continuo”.
Le riforme a getto ininterrotto, in effetti, scombinano la vita dei cittadini, rendono precarie le situazioni giuridiche ed economiche, ma soprattutto quelle sociali, generano malessere e costi da inaffidabilità delle situazioni e delle normative, nella gran prevalenza dei casi si rivelano insomma adatte soltanto a creare situazioni provvisorie, cui una immancabile riforma successiva pone rimedio scombussolando di nuovo la vita dei cittadini e creando un ulteriore assetto provvisorio che a sua volta avrà bisogno di essere superato da un’altra “riforma”.
La gestione evolutiva, che è in realtà quella che già caratterizza i cinque o sei paesi realmente più
avanzati del mondo da questo punto di vista e dal punto di vista generale degli assetti socio-organizzativi,
consente invece a un legislatore di ordinaria diligenza e saggezza di ricalibrare via via per piccole dosi
graduali quegli aggiustamenti che servono a perfezionare progressivamente il sistema, senza sconvolgerlo e
senza farne pagare conseguentemente il prezzo ai cittadini, fatalmente soprattutto a quelli più deboli.
Anche quando si trattasse di dover pervenire nel lungo periodo a cambiamenti strutturali nella condizione di un
settore o problema, la via migliore, più sicura e meno esposta a errori, è insomma quella dei piccoli e
misurati passi progressivi nel quadro di una chiarezza strategica della direzione evolutiva.
Tale chiave metodologica viene proposta da DemocraziaComunitaria anche per il tema, intensamente
discusso in questo periodo, del necessario “ridimensionamento numerico” dell’abnorme consistenza
attuale del parlamento italiano . Imprigionata fra i rinnovati propositi di riduzioni radicali e le rinnovate
resistenze per non cambiare nulla, la situazione resta in effetti da anni negativamente immutata e perciò
DemocraziaComunitaria propone di cominciare l’itinerario semplicemente con il superamento del piccolo
ma costoso e superatissimo istituto dei senatori a vita.
Creato dalla Costituzione repubblicana nello stesso spirito che dettò il bicameralismo e la composizione
pletorica attuale del parlamento, e cioè per la giusta esigenza di consentire nel nuovo parlamento
democratico la rappresentanza di tutte le realtà del Paese (non solo Nord e Sud si conoscevano poco ma
anche all’interno delle medesime regioni ci si conosceva poco e fra categorie sociali e culturali ci si
incrociava poco) oggi l’istituto dei senatori a vita è radicalmente superato dal semplice meccanismo
consolidato della elezione democratica di tutti i parlamentari, che i partiti stessi sono chiamati a proporre
agli elettori anche fra le personalità che illustrano il paese a livello civile, culturale, artistico, scientifico etc.
DemocraziaComunitaria propone dunque di avviare proprio dall’abolizione dell’istituto dei senatori a
vita la soluzione del problema della riconduzione del parlamento nazionale a proporzioni numeriche
ragionevoli. All’attivo del paese e della sua effettiva evoluzione positiva resterà un piccolo ma concreto, e
non più semplicemente chiacchierato, passo di semplificazione e diminuzione degli esorbitanti e immorali
costi attuali della politica nazionale.
Giuseppe Ecca
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