La maggioranza di un governo che nemmeno chi lo sostiene sa quanto reggerà si prepara a sovrintendere ad un taglio di bisturi costituzionale.

Tutto, regolare, per carità: in Parlamento i voti vanno solo contati, e non esiste una penalizzazione dovuta ad incoerenza rispetto alle votazioni precedenti. Il Pd stia tranquillo: è questione di Ragion di Stato, e noi lo abbiamo capito. Il problema semmai è un altro, vale a dire cosa fare e quando farlo: ci riferiamo quei contrappesi che tutti hanno detto voler inserire nell’ordinamento per evitare che arrivi un Salvini a caso (domani potrebbe essere chiunque altro) e si prenda tutto il cucuzzaro.

Il voto definitivo sulla sforbiciata ai parlamentari arriverà il 7 ottobre. Sarebbe opportuno che l’8 si presentasse ad uno di due rami del Parlamento, come previsto dagli accordi di governo, la riforma della legge elettorale. In senso proporzionale, sia chiaro.

Chi dice che il proporzionale ha sciupato la Prima Repubblica, guardi agli sconquassi della Seconda. Chi dice che darebbe instabilità, provi a contare il numero dei governi dal 1994 a oggi. Chi dice che è giusto che la sera delle elezioni si sappia chi governerà, si ricordi dei tre mesi che ci sono voluti per fare il governo gialloverde, e ci ripensi. Guardi anche ai tre mesi che ci sono voluti per fare una Grande Coalizione in Germania, che poi ha retto fino in fondo, e si convinca: il problema non sono le leggi elettorali, ma la qualità della classe politica.

Il maggioritario, inoltre, ha una controindicazione: spacca a metà il Paese. Guelfi e ghibellini. Abbiamo bisogno invece – soprattutto ora che incombe una recessione globale con annesse decisioni difficili da prendere – una legge elettorale che permetta una piena identificazione tra elettori e parlamentari.

Ognuno avrà i suoi, con la proporzionale, e la delega su cui si basa ogni democrazia rappresentativa funzionerà da camera di compensazione.  Senza pensare che il maggioritario, o quel suo parente prossimo che è il doppio turno alla francese, ormai sta andando in soffitta. Macron vuole eliminare il secondo. Quanto al primo, basta leggere cosa scrive in questi giorni l’Economist, di fronte alla prospettiva di elezioni anticipate per via della Brexit (frutto del populismo imperante Oltremanica). Eccolo: “Gli elettori presto saranno chiamati a compiere una scelta ben poco digesta tra due leader inadeguati: Johnson e Corbyn. E con il sistema del collegio uninominale ci vorrebbe un terremoto per evitare che uno dei due divenga primo ministro”.

Siamo sicuri che la soluzione sia buttarci a capofitto in un dilemma del genere? Si faccia la proporzionale e la si faccia subito, per favore. La maggioranza che nemmeno chi ne fa parte sa quanto reggerà potrebbe cessare la sua esistenza senza aver creato nemmeno il più piccolo dei contrappesi. E allora si consegnerebbe il Paese al primo Salvini che passa, o al primo Renzi. Che poi è la stessa cosa.

Strider