Quando negli anni ‘50, primi anni ‘60, nelle aree oggi più sviluppate della Lombardia, ad esempio in Brianza, i figli dei piccoli coltivatori diretti lasciavano la terra e si trasferivano in fabbrica, la dizione popolare e d’uso comune per indicare questo passaggio dal contesto agricolo a quello industriale era questa: “Va sotto padrone”.
Ovviamente la motivazione e l’aspettativa era del tutto riferita al miglioramento economico e sociale della condizione di vita. Si lasciava la cascina o la casa di ringhiera per l’appartamento o addirittura per la “villetta”, il sogno di una vita.  Eppure, prevaleva, nel sentimento popolare, questa notazione negativa: andare “sotto”.
La “fabbrica” era garanzia di stabilità; gli orari di lavoro prestabiliti, compresi gli “straordinari”; si aveva diritto alle ferie che si cercava, peraltro, di far coincidere con i periodi dell’anno in cui i lavori agricoli richiedevano due braccia in piu’ per dare una mano in famiglia.
Una volta stabilizzati si poteva perfino pensare – senza fare “il passo più lungo della gamba”, beninteso – alla “600”, per cui valeva la pena di “andare sotto padrone”, ma era pur sempre un andare “sotto”. La fabbrica rispetto all’aperto campagna aveva, pur sempre, qualcosa di costrittivo. Anche se – soprattutto nelle piccole e medie aziende – il “padrone” era uno che meritava rispetto.
Veniva dallo stesso ceppo sociale, parlava il dialetto dei sui operai, conosceva la fatica del lavoro perché veniva da lì, dalla piccola bottega dove si era fatto i calli alle mani e del lavoro conosceva ogni particolare tecnico. Pattugliava la fabbrica dalla mattina alla sera; da un reparto all’altro, da un banco di lavoro all’altro, da un tornio all’altro. Qualche volta strigliava, ma per lo più correggeva un particolare, consigliava, incoraggiava. Chiudeva un occhio quando, al momento della mietitura o della fienagione, a turno uno dei due o tre fratelli andava in malattia per aiutare chi era rimasto a coltivare la terra ed a curare le bestie.
Insomma la fabbrica non era un inferno o un universo concentrazionario.
Del resto, nessuno pensava che lì si potesse prenderla più alla leggera che non sul pezzo di terra di proprietà. Il lavoro era sacro in sé e per sé e chi non lo avesse riconosciuto mancava di rispetto a se stesso, anzitutto. Un formidabile fattore “morale” dello straordinario sviluppo di quegli anni è stata, appunto, l’identica concezione del lavoro che accomunava l’imprenditore ed i suoi dipendenti.
Il lavoro, la fatica erano il prezzo e, nel contempo, il premio, anzitutto, della propria dignità e fondamento della propria autostima. Eppure il sentimento popolare, originario, spontaneo della libertà – per quanto non messo a tema concettualmente, ma “vissuto” nella sua immediatezza – era tale, talmente “naturale” e vivo che tutto ciò pur sempre evocava un qualche vulnus .
Certo, la società agricola tutto era meno che l’ “età dell’oro” e l’industrializzazione si è rivelata una grande opportunità di liberazione. Il gusto della libertà ed il sentimento della propria dignità – e non solo i fattori economico-produttivi, le innovazioni del tempo, le contingenze favorevoli della congiuntura e dei mercati – sono stati fattori morali fondamentali dello sviluppo.
Oggi siamo certi che sia ancora così? Non compare qua e là un certo pigro compiacimento per qualche condizione di “schiavitu’ volontaria”? In fondo, non c’è, forse, da sorprendersi. Nella società polimorfa e mutevole, interconnessa e plurale dei nostri giorni la libertà, l’autonomia di giudizio costano spesso una dura fatica cognitiva, psicologica e morale. Essere compiutamente se stessi implica talvolta la capacità di smarcarsi dalla fila indiana dei conformisti che marciano al sicuro, allineati e coperti.
La pubblicità piuttosto che i mass- media; gli slogan che diventano imperativi categorici; l’omologazione dei costumi e degli stili di vita; molte parole magiche consunte dall’uso e del tutto inespressive, eppure, proprio perché così inconsistenti, tanto rassicuranti e protettive: ci sono mille quinte e separietti dietro cui riparare, schivare l’assillo di una personale e severa capacità critica, eppure sentire la coscienza a posto nel conforto del gregge.
Ma il peggio di questo trend lo registriamo nel campo della politica, nell’ossequio acritico ed untuoso al capo carismatico di turno. E nella genuflessione cui volentieri si sottopongono coloro che militano – si fa per dire – nei partiti “personali” vecchi e nuovi, di destra o di sinistra.
Qui sì le differenze scompaiono in una melassa zuccherosa ed appicicaticcia.
Domenico Galbiati