Qualche segnale c’è, ma non è molto. Va bene l’assegno unico, magari anche la paternità estesa di qualche giorno. Per carità, sono cose cui non eravamo più abituati, sovrastati come eravamo dall’affermazione che chi governa deve avere cultura di governo, e cultura di governo vuol dire non farsi troppi problemi nel decidere qualche volta, anzi spesso, della macelleria sociale.

È il liberismo, bellezza, e non ci puoi far niente. Ora lo dice persino Calenda, che per trent’anni (ammissione sua) a queste bufale ci ha creduto.

Ma noi, che a quelle bufale non ci abbiamo creduto nemmeno per un giorno, continuiamo a non sentirci a posto. Perché non vorremo che queste mezze disponibilità, queste ammissioni che sanno in fondo in fondo di assoluzioni autoimpartite, non nascondessero in realtà il desiderio di concedere un’unghia per non dover sul serio riconoscere dei diritti. Il diritto del ceto medio e delle famiglie ad essere tutelati, al Terzo Settore di vedersi finalmente attuata quella riforma approvata e bloccata tra ritardi e negligenze.

Sono due anni che il Terzo Settore attende la piena attuazione di una riforma tra le più avanzate d’Europa. Non perfetta, intendiamoci, ma sicuramente quanto di meglio possa offrire al momento una politica inebriata di slogan forgiati – verrebbe da dire – ai tempi di Adam Smith.

Non a caso “Politica Insieme” ha deciso di lanciare una raccolta di firme per chiedere con forza che questi decreti attuativi arrivino sul tavolo del Presidente del Consiglio per la firma finale. Si tratta aiutare gli uomini e le donne di buona volontà di questo Paese ad arrivare, nel nome di una buona sussidiarietà, là dove lo Stato non riesce ad arrivare. A riempire falle che immancabilmente si creano per la molteplice e spesso imprevedibile natura dei problemi sociali. Soprattutto, a poter continuare un’opera che nasce dalla sensibilità della società civile e che – letteralmente nei secoli – la nostra società civile ha plasmato e formato.

Tenere la riforma del Terzo Settore bloccata non è solo un atto di negativo nei confronti di una legge dello Stato. È un atto che va contro la natura del nostro Paese. Il governo deve dare una risposta. E per averla, bisogna anche far sentire la nostra voce.

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