Si fa un gran parlare di autonomie regionali: previste già  nella Costituzione.

E’ stata fatta una riforma costituzionale nel 2001 che ha cercato di definire quanto previsto dalla Costituzione repubblicana: riforma pasticciata, ma soprattutto fatta senza una riflessione e una vision rivolta al futuro, molto distante dallo spirito con cui è stata fondata la Costituzione Repubblicana.

E l’attuale conflitto tra Regioni e Stato, sui poteri da devolvere alle Regioni, continua ad articolarsi  nel medesimo miope  solco del recente passato.

La visione personalistica cristiana mette al centro la Persona, portatrice di diritti inalienabili, e subordina lo Stato e la sua organizzazione al rispetto di ogni Persona: lo Stato strumento insostituibile per dare forma e regole per il vantaggio di tutti e rendere possibile il convivere civile di un gran numero di persone che abitano all’interno di un determinato ambito geografico, statuito internazionalmente.

Una grande popolazione, come quella italiana, sviluppatasi in secoli di storia su un territorio naturalmente delimitato da contesti naturali (la catena alpina e i mari che circondano la penisola italiana) in una posizione di cerniera tra la parte settentrionale del continente africano, il “vicino oriente”  e l’Europa, che ha favorito uno sviluppo culturale assai originale, frutto di secolari contaminazioni culturali e religiose che ne hanno scolpito carattere, usi, costumi, cultura, in una modalità assai variegata e polimorfa, aveva bisogno di una articolazione giuridica e amministrativa che tenesse conto di secolari differenti sfaccettature: gli italiani sono una popolazione che appare ad un osservatore esterno non prevenuto, come un diamante ricco di centinaia di sfaccettature, l’una all’altra coessenziali. Cosa sarebbe un diamante privato delle sue sfaccettature luminose? Potrebbe forse esistere Milano per ciò che è stata o che è , senza Napoli o Palermo?

Proprio la multiformità e le tante specificità della popolazione italiana rendevano necessaria una articolazione particolare della struttura dello Stato: il timore che secoli di consuetudine a un organizzazione politico-amministrativa che aveva privilegiato il particolare alla comune appartenenza religiosa e culturale, potessero rendere troppo debole il nascente stato italiano, già malfermo a causa della pasticciata storia sabauda che lo aveva impiantato e gravemente ammaccato dalla tragica esperienza della dittatura fascista, avevano consigliato una certa prudenza nell’articolare le autonomie previste.

Dopo tante e troppe resistenze, distorcenti lo stesso  mandato costituzionale, probabilmente determinate dal  contesto internazionale di  “guerra fredda” che ci vedeva “vaso di coccio” al confine dei due blocchi contrapposti, e al fascino che il potere sempre emana in chi lo detiene, si è arrivati al fine ( non casualmente solo dopo la caduta del muro di Berlino) a definire una più compiuta attuazione della costituzione.

Purtroppo, lo spirito non era più quello del dopo-guerra (contrapposizione anche aspra tra differenti visioni del mondo in cerca di una ragionevole composizione), ma quello di una melliflua lotta di potere fondata sulla contrapposizione non di idee o ideali, ma solo di interessi di bottega: aziendali, di conventicole particolari, nemmeno più partitiche, e senza nessuna visione e consapevolezza generale.

Così le Regioni sono nate esclusivamente come incompiuto trasferimento di potere dal Centro alla Periferia, accentuando la visione centralista del Potere ordinamentale regionale, a scapito di una visione più articolata tra diritti della Persona, forme di aggregazione territoriali quali le città e, in misura minore le province, tutte pre-esistenti nel vissuto culturale e identitario popolare allo Stato unitario stesso, e alla ricchissima articolazione di “corpi intermedi”, sociali e economici, caratteristica plurisecolare della cultura delle popolazioni italiane.

Del resto, distrutta da un “colpo di Stato” la cultura politica democristiana e socialista, entrambe a loro modo imperniate sul primato della Persona, chi reggeva le sorti della Repubblica? I resti della magnifica macchina da guerra di “occhettiana” memoria, orfani del comunismo, ma ancora profondamente plasmati attorno all’idea di uno Stato Etico, e i servitori sciocchi dei poteri finanziari che conoscono ovviamente  un unico linguaggio: quello del padrone cui tutto asservire.

Il disastro di un Regionalismo statolatrico, oppressivo e asfittico,  è sotto gli occhi di tutti.

Pervicacemente, tutti, ammaliati dall’orgia del potere derivante dalla moltiplicazione dei centri di decisione, continuano lungo la stessa strada disastrosa di reclamare maggiori poteri dallo Stato Centrale con l’unico scopo di costituire tanti Stati Regionali, possibilmente assolutistici, grazie a leggi elettorali e statuti plasmati sull’idea che il convivere civile sia da regolare come si governa una azienda: uno comanda, aiutato da “bravi” e “sgherri” ossequiosi, e la gente obbedisce, lavorando.

Curiosamente, le Regioni, nella dimensione geografica che le ha istituite, non sono mai esistite non solo in termini culturali, ma nemmeno nell’imaginario popolare: è stato addirittura coniato un termine – la Padania – al più buono per qualche improbabile farsa popolaresca.

Dove le Regioni sono meglio strutturate e organizzate, il Governatore è una sorta di Vicerè, e la burocrazia regionale è il braccio armato che vincola con un occhiuto controllo normativo-burocratico tutto il territorio: provate a osservare con disincanto come sono organizzati ad esempio  i Sistemi Sanitari Regionali, tutti verticistici e dipendenti dal potere assoluto delle burocrazie regionali, dove il solo pensiero del dissenso è ormai “reato” (e infatti prolificano i modelli di sanità profit: pecunia non olet, e di sicuro non obietta!).

Dove le Regioni sono una cornucopia per l’antico familismo italico, si è strutturata una rete di connivenze costose e inefficienti, impermeabili a qualsiasi dialettica democratica, dove – spariti pure i partiti – è quasi fin  troppo facile individuare comodi paraventi istituzionali che coprono baronie non più dinastiche ma di solidi interessi economici.

Nel frattempo, l’Europa, deprivata della sua anima e della sua cultura, faticosamente e in maniera fatiscente, si è costituita: ancora di più, l’evoluzione tecnologica ha spinto il mondo intero nel vortice della globalizzazione, di cui i giganteschi fenomeni migratori sono il corollario inevitabile, resi ancora più incontenibili dalla “dittatura finanziaria” che alimenta una globalizzazione disordinata e tumultuosa.

Non solo migrazioni tra continenti di masse di diseredati, ma continue migrazioni di masse importanti di popolazioni (pudicamente definite “mobilità”) tra  territori all’interno degli Stati e tra gli Stati.

La gente, o meglio le Persone, per vivere hanno bisogno di reti di aggregazioni, anche spontanee, proprio per la naturalità dell’essere umano: i primi luoghi aggregativi sono i contesti in cui si abita e si vive: ossia le città o i paesi.

La imponente trasformazione legata alla globalizzazione ha travolto anche molti “corpi intermedi”, non più idonei ad intercettare – almeno nelle forme del passato – le nuove forme aggregative: le città sono ancora di più il primo fondamento aggregativo del vivere civile. E laddove la gente non si raduna attorno a grandi agglomerati metropolitani, tende ad avere bisogno di una modalità aggregativa di un insieme di  piccoli nuclei per poter far fronte alle tante esigenze di un mondo globale: avevamo le Province, le abbiamo distrutte e disarticolate.

Eppure, sono e saranno le Città Metropolitane il futuro dove masse sperdute di uomini e donne cercheranno un nuovo modello di convivenza civile: proprio per far fronte, su basi nuove, ad un mondo diventato così piccolo da essere un unico “globo” abitato da miliardi di persone in perenne movimento  che determina la naturale controspinta –il principio di Archimede applicato alle popolazioni – aggregativa attorno ad una residenzialità pur  instabile e miniaturizzata, tanto più necessaria quanto più anche le forme più arcaiche di convivenza interpersonale – la famiglia – sono  travolte  dal nuovo modello del vivere.

Le città metropolitane  e – se vogliamo evitare gli assurdi termitai delle megalopoli – forme aggregative “multicellulari”  su base territoriale (le province o i dipartimenti francesi) sono  il futuro per una umanità dolente e smarrita, dove ridefinire i propri confini esistenziali e costruire di nuovo la umanità devastata da cambiamenti epocali troppo rapidi per poter essere compiutamente assimilati.

Un progetto per la Città, luogo dell’abitare e del vivere , che è altro del solo luogo del divertirsi tra una pausa lavorativa e l’altra.

Città tutte diverse, perché intrise di storia e di umanità diversificata, frutto di ricomposizioni migratorie antiche e nuove: Napoli non può essere Copenaghen, e deve essere orgogliosamente sviluppata, protesa verso il futuro, partendo dalla sua preziosa e insostituibile “napoletanità”.

Il mondo globale si riaggrega attorno alla Città.

Che vuol dire: stili e spazi dell’abitare (paghiamo e pagheremo duramente lo scempio di quartieri  alveari, nati in ossequio allo sfruttamento dell’uomo), stili e modi per una mobilità rapida e sostenibile, stili e tempi per una educazione e una cultura civile da rinnovare  (“purtroppo” per fare un “uomo” servono molti anni di accudimento, possibilmente competente, ma senza dubbio amorevole e disinteressato, qualunque sia il modo con cui nasciamo), stili e modalità per una assistenza tanto più diffusa e pervasiva  quanto più il microcosmo famigliare non troverà nuova forme e  consistenza, stili e modalità dove il mangiare, il divertirsi e il lavorare siano resi possibili ad una moltitudine di persone e compatibili con un ecosistema che deve reggere l’impatto di folle sterminate.

La città, obiettivo del nostro agire politico, cui conferire sempre più competenze amministrative e di effettivo governo: leggi “europee” di cornice, declinate con sobrietà nel contesto culturale italiano e incarnate e governate nel tessuto urbano metropolitano o in aggregazioni di contesti geograficamente omogenei e rese vive dai corpi intermedi e da strutture economiche anche no-profit: il Terzo Settore, per far da contrappeso, almeno parziale, alla devastante forza delle aziende globali.

Primo obiettivo politico: mandare a casa i “satrapi” che governano le regioni, riducendo il potere regionale a vantaggio del governo cittadino e metropolitano: molte cose, a partire dalla sanità e dal welfare, funzioneranno da subito molto meglio e con meno costi!

I giovani, l’ordito del futuro, steso sul telaio cittadino, la nuova cultura, che sorgerà  dalle nuove  tecnologie impastata di umanità, la trama che darà colore e consistenza al tessuto. Proviamoci.

Massimo Molteni