L’Ucraina entra nel quinto anno della sua lotta di liberazione dall’aggressione russa e merita la nostra franca e schietta, aperta solidarietà.

Ed un sostegno forte ed attivo, anche sul piano degli armamenti, da parte di un’Europa che qui si gioca la sua identità ed il suo destino. La sua facoltà e la sua legittimità  ad esistere. La sua possibile autorevolezza in un contesto internazionale da ricostruire.

L’Ucraina, dopo quattro anni di resistenza eroica, è comprensibilmente esausta, eppure continua a combattere per la sua e la nostra libertà. Ha subito l’affronto di centinaia di migliaia di militari caduti sulla linea del fronte, di altrettante famiglie colpite da una ferita irrimediabile, di civili massacrati senza pietà nelle città devastate, di giovani generazioni falcidiate, di efferati crimini di guerra, di migliaia di bambini strappati alle loro famiglie.

Resiste e contiene le forze armate di un Paese immenso che era convinto di farsene un boccone e di ornare, con il suo scalpo, il suo sogno di potenza. Costretto, invece, ad un quotidiano, cinico stillicidio di bombe e droni che colpiscono i gangli della vita civile, le strutture essenziali della vita pubblica. Senza risparmio di scuole, ospedali, teatri, luoghi simbolo della vita associativa di un popolo. Mantenendo una pressione costante che dovrebbe spezzare il cuore degli ucraini.

Anche a Kiev – sarebbe ora di riconoscerlo – è in atto un genocidio, il tentativo sanguinario di strappare ad un popolo anche l’anima, l’identità che nasce dalla sua storia, la passione civile di chi ha finalmente assaporato la libertà e non vuole che le sia strappata dal despota del Cremlino. Non basterebbe a tanto la forza delle armi se l’esercito ucraino non avesse alle spalle un fronte interno compatto, capace di sprigionare un’energia morale straordinaria, da cui altri popoli avrebbero molto da apprendere.

Nel tempo perverso che ha messo a ferro e fuoco il quadro delle relazioni internazionali ed ha compromesso il cardine del diritto su cui queste si dovrebbero reggere, la lezione che ci viene dal popolo ucraino è di straordinario rilievo e perfino, a suo modo, profetica. Ci induce a sperare. Ci consente di credere che la forza bruta delle armi e la violenza eletta a criterio sistematico dei propri comportamenti, non possano prevalere contro lo spirito di un “popolo” che sia davvero tale, abbia consapevolezza di sé e dell’orizzonte comune in cui si inscrive il senso della vita di ognuno.

La lotta di resistenza di Kiev non è la guerra per procura che Biden ha imposto al popolo ucraino – carne da macello sacrificata alle mire espansioniste della Nato – come ci raccontavano i numerosi amici che Putin può vantare in casa nostra e, con loro, le frange estreme di un certo pacifismo. C’era perfino – e forse c’è ancora – chi sosteneva che l’Ucraina avrebbe dovuto porgere l’altra guancia, in omaggio al diritto della Russia di proteggere e garantire i propri confini dall’aggressività di un Occidente dissoluto che addirittura avrebbe potuto – preoccupazione condivisa dal Patriarca ortodosso Kirill – impollinare di degrado morale la Santa Madre Russia. E’, invece, la guerra criminale di una classe dirigente post-sovietica che lamenta un impero perduto, gonfia di odio e di livore contro la sentenza inappellabile della storia che l’ha condannato.

Non a caso Putin sostiene che la caduta dell’Unione Sovietica sia da considerare il peggior crimine e la più grave sciagura che abbia macchiato il secolo scorso. Forse non abbiamo a sufficienza soppesato la continuità storica che, nel segno della violenza e della sopraffazione, ha accompagnato il popolo russo dal regime degli zar, a quello del comunismo sovietico ed, infine, a Putin. Quest’ultimo, peraltro, non ha mai inteso, né intende porre fine alla guerra, poiché ha letteralmente bisogno dello scontro armato. Per lui è una risorsa necessaria almeno su tre fronti che si tengono l’un l’altro. Quello della sopravvivenza della propria leadership, quello della tenuta interna del regime ed, infine, il fronte relativo alla competizione tra le grandi potenze, da cui Mosca si sente esclusa.

La guerra non finirà presto, né in modo indolore per un popolo cui non è consentito coltivare quel segno esemplare di libertà e di democrazia che – questo, anzitutto, teme Mosca – potrebbe contagiare, oltre il suo confine, popolazioni percorse da fragili, timide eppure coraggiose forme di dissenso. Putin fa violenza al popolo ucraino perché è, di fatto, in sé, un “violento”, nutrito di violenza, educata ad una violenza che è la sua vera categoria interpretativa del mondo e della storia.

Domenico Galbiati

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