Nelle recenti elezioni americane si è consumata una piccola rivoluzione silenziosa. Mentre i riflettori mediatici si concentravano sulle grandi narrazioni – democrazia in pericolo, ritorno del fascismo, equilibri geopolitici mondiali – gli elettori di New York, New Jersey e Virginia hanno premiato chi parlava di affitti, stipendi, asili nido e trasporti pubblici. Una lezione che arriva forte e chiara dagli Stati Uniti, dove corrispondenti autorevoli come Massimo Gaggi e Federico Rampini hanno documentato un cambio di paradigma: concentrarsi sui problemi reali conta molto di più che accanirsi su ideologie e schieramenti.

Il caso più emblematico è quello di Zohran Mamdani, il cui programma elettorale si è concentrato interamente su come alleviare le condizioni economiche delle classi più povere e sui bisogni concreti della middle class. Prezzi accessibili, costo della vita, bus e asili gratuiti per i meno abbienti, salari più alti, blocco degli affitti per le case popolari: un’agenda che ha scosso gli elettori e li ha motivati ad andare alle urne, tributandogli una schiacciante vittoria. Il messaggio è chiaro: meno proclami astratti, più attenzione al carovita e alle condizioni sempre più precarie della classe operaia e della classe media.

Quando il pragmatismo batte l’ideologia

Il successo di questa strategia non è casuale né isolato. A New York, in Virginia e in New Jersey ha funzionato nonostante le minacce e i ricatti del Presidente Trump, che nel frattempo vede erodersi consensi e reputazione per non aver mantenuto le promesse della sua campagna elettorale. I democratici americani stanno risalendo la china proprio perché hanno capito che gli elettori premiano chi offre soluzioni concrete, non chi agita spauracchi ideologici o si perde in battaglie di principio distanti dalla vita quotidiana delle persone.

È una dinamica che dovrebbe far riflettere anche da questa parte dell’Atlantico. Per noi in Italia, così come in Europa, è davvero così impossibile abbassare il tasso di ideologismo e fanatismo per privilegiare la politica della concretezza? La domanda non è peregrina. Nella Prima Repubblica, l’onorevole Giulio Andreotti dirigeva una rivista mensile che si chiamava proprio “Concretezza”, in alternativa a quelle delle altre correnti democristiane che invece erano un po’ più astratte, perché ispirate ai valori del cattolicesimo democratico. Andreotti,  e su questo possiamo discutere quanto vogliamo, aveva capito che la politica, in una società sempre più laica e deologizzata, si misura sui risultati tangibili più che sulle battaglie di principio.

L’Italia tra astensionismo e nostalgia di pragmatismo

Oggi l’Italia appare intrappolata in uno schema logoro: destra contro sinistra, proclami identitari contro altri proclami, mentre i problemi reali dei cittadini – dal caro bollette alla precarietà lavorativa, dalla crisi degli affitti alle liste d’attesa nella sanità – restano in secondo piano. Se la sinistra italiana seguisse lo stesso percorso dei democratici americani e si ispirasse agli stessi principi che hanno caratterizzato quest’ultima campagna elettorale oltreoceano, forse avremmo una classe politica più pragmatica, concreta e meno intossicata da ideologie e fondamentalismi di appartenenza.

Un salto di qualità della politica che sarebbe senz’altro apprezzato dagli elettori. I dati sull’astensionismo parlano chiaro: sempre più italiani esprimono la loro insoddisfazione e il loro rifiuto della politica non recandosi più alle urne, rendendo così fragile e sempre più asfittica la democrazia italiana. Non è disinteresse per la cosa pubblica, è disillusione verso una politica percepita come distante, autoreferenziale, incapace di parlare ai bisogni quotidiani. Gli italiani non chiedono grandi visioni salvifiche o battaglie ideologiche, chiedono soluzioni concrete: come arrivare a fine mese, come pagare l’affitto, come garantire un futuro ai propri figli.

 Una sfida per l’opposizione italiana

I partiti di opposizione – oggi di sinistra e ieri di destra – hanno l’opportunità di rompere questo schema ormai logoro e superato. Dovranno concentrarsi più sulla sanità territoriale che sui modelli di società. Dovranno parlare di trasporto pubblico locale prima che di grandi opere; di salari e potere d’acquisto prima di prendere posizione sui pro-Pal oi pro-Putin. Parliamoci chiaro: non si tratta di abbandonare i valori o rinunciare a una visione di lungo periodo. Si tratta piuttosto di riconoscere che senza credibilità sul presente non c’è possibilità di costruire il futuro.

L’esperienza americana insegna che questo approccio paga, eccome. I democratici stanno insidiando sempre più il potere di Trump proprio perché hanno smesso di parlare solo a se stessi e hanno iniziato ad ascoltare davvero gli elettori. La stessa trasformazione potrebbe rigenerare la politica italiana, restituendole quella capacità di mobilitazione e quella legittimazione popolare che sta perdendo anno dopo anno. La concretezza non è rinuncia all’ambizione politica, è la condizione per renderla credibile. È tempo che anche in Italia qualcuno, a sinistra come a destra, finalmente lo capisca.

Michele Rutigliano

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