Non siamo soltanto il Paese diviso tra sud, nord e isole (in Costituzione v’è scritta la “specialità” di Sicilia e Sardegna sia quanto alla Statuto regionale, sia quali isole da tutelare ad hoc), dei destrorsi versus progressisti, degli onesti contribuenti contro gli evasori/elusori/lobbisti occulti, degli elettori ligi vs astensionisti cronici, degli scrittori (tanti) rispetto ai lettori (pochissimi), dei credenti (cattolici o altro) e dei miscredenti (agnostici o laici); ma siamo anche spaccati giornalisticamente tra l’editoria prevalente dei cosiddetti “giornalini” – che ci propone in modo costante ed in qualche modo impone i “film di cassetta” in prima pagina, come Buen camino, seguendo l’inveterata usanza di spingerci a vedere polpettoni come “Natale a Cortina” o altre minchiate del genere inqualificabilmente spacciate per film da furbastri come C. De Sica e J. Calà – ed i quotidiani minori che si astengono da simil, becero lavaggio di cervello promozionale di basso profilo. Evviva, quindi, chi ci salva dalla mediocre moda di mandarci al cinema, pur sapendo bene che trattasi di un’operazione commerciale, squallida. Dio ci salvi in tal senso i vari: Il foglio, il Manifesto, la Gazzetta del mezzogiorno, Il Giorno, Il Dubbio, Avvenire e Il Mattino.
La morale? Ci basta l’informazione deformata della RAI a fornirci le solite, inutili e stereotipe notizie culinarie o politiche, scarsamente obiettive o documentate, con le ridicole sviolinate al potente di turno. I quotidiani che vantano una storia importante anche per la formazione culturale e di pensiero della popolazione italiana rivendichino almeno un minimo di indipendenza e non servilismo alle potenti lobby, semmai sconsigliando certi pseudo-film, cercando comunque di contribuire all’elevazione civica e culturale degli italiani che, attualmente, non occupano proprio un posto eccellente nelle graduatorie europee o mondiali.
Michele Marino
PS. L’associazione giornalisti 2.0 di Roma ha redatto un originale calendario 2026 che rievoca e illustra il percorso fatto dalle “radio libere” in occasione del 50.mo anniversario della loro nascita in virtù della famosa sentenza del luglio 1976, quando migliaia di giovani italiani si impegnarono, volontaristicamente, in ogni angolo del Paese per mettere a frutto la propria creatività e capacità comunicativa attraverso la musica e l’informazione locale, offerte gratuitamente alle popolazioni del territorio nazionale. Il dubbio sorge spontaneo … non è che si stava meglio, quando si stava peggio … senza social, Netflix, ecc. ?