Non ci preme prendere parte a quell’esercizio, si potrebbe dire, di tassonomia delle forze politiche, cui hanno fatto ricorso taluni osservatori per cercare di comprendere cosa diamine sia questo nuovo partito che si chiama “Insieme”.
Viviamo una stagione di smarrimento della politica, tale per cui l’identità esangue di molte forze impedisce che se ne afferri, in presa diretta, la consistenza ideale e politica effettiva.
Si ricorre, dunque, all’artificio di definirle solo in funzione della maggiore o minore prossimità, che sembra di poter cogliere, rispetto ad altre forze già storicamente attestate nella toponomastica dell’emiciclo parlamentare. E’ così che, quasi ineluttabilmente, anche da editorialisti pigramente adagiati su scontati precedenti storici, “Insieme” finisce per essere rubricato come “partito cattolico”, moderato e soprattutto di “centro”. Il che è un’ottima cosa, purché si sappia cosa vuol dire.
Intanto, è bene che un soggetto politico che entra ora in scena, per di più fortemente caratterizzato in quanto a retroterra ideale, si preoccupi di interloquire, anzitutto, con il Paese e di mostrarsi per quel che è tramite le proposte che è in grado di avanzare. Senza preoccuparsi di fare dello slalom tra l’uno e gli altri degli attori del sistema o, addirittura, di compiacerli, pur di venire ammesso tra i commensali.
Evitiamo di cadere nella tagliola di una “centralità” ingiunta da chissà quale decreto e tale da porsi come una palla di piombo al piede, una sorta di maledizione. Ma su questo poi ci torniamo.
Intanto, se per “partito cattolico” s’intende una forza organizzata di cattolici, che parla ad altri cattolici, per la difesa di veri o presunti interessi cattolici, materiali o morali che siano, la nostra iniziativa respinge espressamente questo assunto. E’, infatti, di tutt’altro segno, orientata, com’è, al “bene comune” dell’intero Paese, nel solco tracciato dalla Costituzione e dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
Non siamo nati per spiare dove vi sia uno spiraglio o una smagliatura nella blindatura bipolare dell’ attuale sistema politico, tale per cui forzando questa fessura, e poi sgomitando, si possa anche noi guadagnare qualche strapuntino, pur compressi tra questa o quella posizione consolidata e soverchiante che, di fatto, ci imbriglia. Consapevoli dei nostri limiti abbiamo, piuttosto, ben altra ambizione: vorremmo concorrere a riportare il confronto politico ad una misura di verità che, e sul piano del linguaggio e del metodo, e sul piano dei contenuti dell’azione politica, porti al superamento della dispnea che opprime l’attuale quadro complessivamente inteso, maggioranza ed opposizione.
In quanto a “centro” e “moderazione”, è necessario considerare come le parole siano cose vive e che, in quanti tali, se vengono maltrattate da un frequente uso improprio, possono avvizzire ed accartocciarsi su se stesse, fino a diventare stucchevoli, inespressive ed equivoche. In questo caso, è meglio abbandonarle al loro destino e rifarsi ad un lessico nuovo, a meno che giunga una primavera che permetta di rigenerarle, ricostruendone il significato originario.
Dove sta scritto che una proposta, un progetto o una presa di posizione di un soggetto politico di ispirazione cristiana debba essere necessariamente “moderata”, piuttosto che improntata all’evangelico “si’, si’ – no, no”? Sempre che il termine“moderato” lo si assuma secondo l’interpretazione, in molti implicita e corrente, che sta per timido ed incerto piuttosto che risoluto, flebile piuttosto che vigoroso, mediato e compromissorio piuttosto che diretto, esplicito e schietto, conservatore e statico piuttosto che agile e dinamico. Altra cosa è riportare questo termine alla sua etimologia corretta che, applicata al campo della politica, vuol dire equilibrato, sottratto agli isterismi ideologici delle posizioni estreme, lontano dalle iperbole vuote di senso e dalle enfatizzazioni strumentali.
Soprattutto, significa affermare, sul piano della valutazione politica, un approccio razionale piuttosto che emotivo; adottare l’argomentazione invece che lo slogan, l’affermazione apodittica o addirittura, come usa oggi, l’ invettiva.
Solo in tal senso possiamo dirci “moderati”. Si possono, ad esempio, sostenere le nostre posizioni ferme in ordine alla dignità della persona e la difesa della vita con “moderazione”, cioè non  traccheggiando tra una posizione e l’altra, bensì con la forza di un’ argomentazione stringente che, di fronte al proprio interlocutore, non alza il ponte levatoio per barricarsi nella torre della propria intangibilità, ma lo incalza e lo affronta sul piano della ragione.
Insomma, se vogliamo evitare equivoci dobbiamo rimettere ordine nel vocabolario ed usare le parole per quel che effettivamente valgono.
Così, in quanto al “centro”, per parte nostra, vorremmo assumerlo piuttosto – lo ha scritto più volte Giancarlo Infante – come “baricentro” e non è un gioco di parole. Intanto – lo si diceva già in uno dei primissimi numeri di Politica Insieme, fin dall’aprile dello scorso anno – oggi viviamo in un contesto civile e politico non ordinato e stratificato come in altri tempi, ma piuttosto assimilabile ad una rete, cioè ad una struttura in cui il “centro” è, ad un tempo, ovunque e da nessuna parte. In secondo luogo, non compete più ai cattolici quel compito di conciliazione che, a tutti i costi, la DC ha dovuto interpretare, fino a doverne fare contestualmente la propria estasi ed il proprio tormento.
Ma, soprattutto, è difficile, anche a giudizio del comune buon senso, sottrarsi alla suggestione che il “centro” altro non sia che il luogo della possibile composizione degli estremi. Il che, nei momenti più felici della vicenda politica, significa toccare l’apice di una virtuosa mediazione. Nei momenti di bassa tensione vuol dire concepire il “centro” come l’opaca prateria in cui le spinte e le passioni vitali della destra e della sinistra si neutralizzano a vicenda nel torpore grigio dell’impotenza e della svogliatezza.
Quanti sono i giovani che si accendono di passione per un “centro” di tal genere? Cioè,  per un luogo sostanzialmente sempre indeterminato e sfuggente come una sfinge, nella misura in cui la sua posizione in quanto mediana tra le estreme, anziché auto imporsi, risulta dalla variabile dislocazione che gli altri attori del sistema assumono.
Non è forse vero, al contrario, che il Paese ha bisogno di un “bari-centro”? Per dirla con Battiato, di un “centro di gravità permanente”, di un luogo in cui la massa complessiva del sistema e le forze che vi agiscono trovano una composizione che lo renda stabile eppure capace di ascoltare, comprendere e governare, secondo un deliberato ordine di valori, i processi che via via si affacciano.
Domenico Galbiati