Che schiaffone per Giorgia Meloni e la sua maggioranza. I principali capoluoghi dove si è appena votato hanno dato un ampio vantaggio alle opposizioni.

Il colpo più duro è venuto da Genova, l’unico capoluogo di regione al voto. Batosta particolarmente amara per l’ampiezza del divario. Se a Ravenna era scontato che il centrosinistra conservasse il Comune sin dal primo turno, a Genova non si poteva pensare ad un rovesciamento tanto netto. Anche se nelle recenti regionali,  la città era stata quella che aveva visto in testa il candidato della sinistra, Orlando.

L’andamento generale di questa tornata elettorale, che sicuramente vale più di ogni sondaggio, fa pensare che, forse, si tratta di “un’onda lunga”. Che continua a seguire l’andamento già emerso con le regionali della Sardegna e dell’Umbria. E a proposito di quelle della Liguria, viene la conferma che se la Segretaria del PD non avesse costretto Orlando a lasciare fuori due piccole liste, che ad Elly Schlein non andavano bene, forse, anche quella regione sarebbe stata persa delle destre.

Continua pure l’onda lunga dell’astensionismo che si conferma il partito più grosso. Così, anche i vincitori di oggi farebbero bene a considerare che i loro risultati vanno quasi dimezzati, né più né meno come vale per i partiti della maggioranza dopo le elezioni del ’22. A tutta la generazione dei politici attuale è sempre bene ricordare che tutti loro vivono una crisi di credibilità.

Il “tocco magico” della salita a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni e il talismano degli “italiani ci votano” non funzionano più. Anzi, viene da chiedersi se non ci si trovi di fronte ad un pendolo che cambia il corso di marcia. Con esiti del tutto imprevedibili.

La spinta propulsiva sembra molto attenuata ed a poco è servito l’attivismo in politica estera che, del resto, ha portato a scarsi risultati.

E’ comunque un voto locale. In cui ha contato sicuramente molto la scelta dei candidati in un clima destinato a favorire le coalizioni con meno divisioni al proprio interno. La “tecnicalita'” della politica, insomma, sembra contare più dei contenuti.

Ovviamente, nessuno farà tesoro dei risultati. La destra già minimizza e la sinistra esalta più del necessario un voto che, se lo si legge in connessione con l’astensionismo, sa molto di una protesta tutta da costruire e che dovrebbe trovare uno sbocco positivo anche a livello nazionale. Dove le profonde divaricazioni tra tutte le componenti di quel composito ex “campo largo”, invece, non autorizzano ancora a dare per scontato la replica alla grande in occasione delle prossime elezioni politiche.

L’elettorato continua a chiedere quello che tutte le forze politiche non riescono a dare e cioè un “progetto Italia” che manca. Una grande differenza che permane con tutta l’esperienza della cosiddetta Prima Repubblica quando il voto amministrativo serviva davvero ad interpretare gli umori del Paese e le richieste di cambiamento.

Se gli umori sembrano emergere dalle consultazioni di questo inizio del 2025 non altrettanto si può dire per quanto riguarda la reattività dei partiti. A destra come a sinistra.

La Schlein vincitrice ripete il mantra dell'”uniti si vince” . Non è già, però, il momento di dire come e , soprattutto, per fare cosa?

Giancarlo Infante

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