In un Paese che brilla, da sempre, per le storiche ed attuali divisioni (guelfi/ghibellini, bianchi/neri, nordisti/sudisti, fascisti/antifascisti, comunisti/anticomunisti, ambientalisti/negazionisti, ecc.), non poteva mancare l’ennesima diatriba tra “separazionisti”/”antiseparazionisti” rispetto alla riforma delle carriere dei magistrati, che ufficialmente viene riportata come Riforma della giustizia. Ma non di quella “giusta” o efficiente nell’interesse primario o esclusivo dei cittadini italiani, i quali ne sarebbero i veri destinatari d’obbligo statale.

Una considerazione preliminare, di carattere generale, sull’istituto referendario: strumento giuridico-costituzionale, molto controverso, definito di democrazia diretta e di assoluta importanza per la partecipazione “attiva” del cittadino alla vita pubblica delle istituzioni repubblicane. A seconda degli umori politici e degli interessi di parte – destra, sinistra o centro – ci viene presentato e promosso in tutte le salse … come un diritto sacrosanto per cui non si deve mancare all’esercizio del diritto di voto, oppure come una sorta di bestia nera da evitare, il peggiore dei mali che possano accaderci! Ma basta, direi, dopo un’ottantina di anni “al servizio della politica”, spesso autoreferenziale, ottusa o troppo faziosa, siamo stanchi di ascoltare queste, stereotipe e opportunistiche raccomandazioni. Ognuno di noi si faccia una propria opinione, liberamente e consapevolmente e siamo in grado di farlo.

E cominciamo da alcune annotazioni di carattere parlamentare o legislativo:

a) per la prima volta una riforma costituzionale, scritta e voluta dall’esecutivo, viene approvata dal potere legislativo, il Parlamento, passivamente e senza un minimo di dibattito tra opposizione e maggioranza, né tantomeno che venga apportata una, qualche modifica al testo originario! Addirittura dopo quattro esami, due da parte del Senato e due dalla Camera dei Deputati come se si trattasse di una leggina settoriale;

b) firmataria del disegno di legge costituzionale è tale Erika Stefani, udite – udite!, avvocato della provincia vicentina, la quale segue nell’ingrato compito di estensore, a distanza di qualche generazione, affannosamente (o disperatamente?), il professor, avvocato Piero Calamandrei, deputato all’Assemblea costituente, luminare del diritto e mentore della democrazia . No comment;

c) nessuno degli illustri politici al governo della nazione, né dei qualificati , o meno, colleghi degli uffici legislativi della Presidenza del Consiglio e del Ministero della Giustizia, ha minimamente pensato che potesse esser un’ottima occasione per offrire alla comunità nazionale (ed anche agli investitori stranieri che spesso evitano o scappano dall’Italia per la lentezza del processo) una valida ed organica riforma dell’ordinamento giudiziario e dei sistemi processuali, sì da modernizzare e rendere più vivibile la vita degli interessati destinatari dei provvedimenti giurisdizionali.

Nel merito, va detto che è garantita, almeno teoricamente, l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da “ogni potere” (art. 3, c.1); ma, attenzione al comma 10, laddove “l’obbligo di esercitare l’azione penale”… è disciplinato “nei casi e nei modi previsti dalla legge”, qui casca l’asino … o il cittadino. D’altro canto, la soppressione del C.S.M., con l’introduzione di tre organismi fa venire in mente la consuetudine pluridecennale della moltiplicazione (il triplo di quelli attuali) dei posti di vertice o dirigenziali in genere, la qual cosa necessita ai partiti politici e alle consorterie massoniche, ma produce ulteriori aumenti alla spesa pubblica; per non dire della recente sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto il privilegio dei titolari delle massime cariche dello Stato di aumentare i propri redditi fino a 310 mila euro annui!

Inoltre, non appare obiettivamente condivisibile il criterio di scelta di una parte dei componenti tra “professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con almeno 20 anni di professione”, trattandosi di un criterio che era in voga millenni di anni fa nella Grecia classica e nei fori romani. Anche questo sarebbe un modo per gestire clientelarmente e non meritocraticamente (ricordiamo la nuova dicitura del Ministero dell’istruzione e del merito).

In fin dei conti, il quesito referendario – piuttosto complesso da spiegare ai più, “ignoranti” ad hoc – servirà a segnare una tappa essenziale nel lungo percorso che parte da “tangentopoli” e che è caratterizzato da un forzato, faticoso braccio di ferro tra politica (in particolare il “cavaliere”) e magistratura. Invece, sarà del tutto inutile per risolvere o migliorare i problemi annosi della giustizia italiana, anche perché il cambio di “casacca” da una carriera all’altra non ha mai superato la percentuale dell’uno per cento.

Michele Marino

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