Attraversano le strisce pedonali assorti nella visione della scatola magica, lo smartphone, spesso ignari del pericolo di essere investiti. La stessa scena la si può vedere mentre sono alla guida di una piccola automobile e, spesso, sul motorino. Sono i cosiddetti millennial, giovani nati tra il 1996 e il 2000.

Sono i giovani attratti, ragazze e ragazzi, per diverse ore al giorno dal piccolo schermo sulle diverse App dei loro sogni. Un bravo giornalista e scrittore; Carlo Verdelli, ha scritto un libro su di loro coniando un titolo a dir poco fortunato: “Il diavolo in tasca” dove racconta della dipendenza e della disperazione dei più giovani che preferiscono chattare per diverse ore al giorno, piuttosto che fare una passeggiata, una partita di pallone con i coetanei o vedere uno spettacolo dal vivo. La loro dipendenza dallo smartphone, li rendono più depressi e ansiosi, chiusi in casa a chattare giorno e notte a volte per otto o dieci ore-

I ragazzi italiani sono ormai vicini ai giovani giapponesi, chiamati Iikikomori (stare in disparte) che vivono come eremiti, escono dalle loro stanze solo in orari strani quando è meno possibile incontrare qualcuno dei loro coetanei o addirittura dei loro parenti.

L’introduzione massiccia nel 2007/2010 dello smartphone e internet veloce ha trovato terreno fertile soprattutto nei giovani che hanno sacrificato la loro vita sociale a vantaggio del nuovo strumento elettronico. Nessuno ha spiegato loro che la pornografia e i videogiochi sono elementi artificiali creati dall’industria per attrarre sempre più la loro attenzione dando loro l’illusione di vivere un’esperienza reale che è solo un’illusione giovanile.

La conseguenza è di non aver più amici con cui giocare come facevamo noi da ragazzi, e di ammalarsi per la solitudine della propria vita. “Spesso la vita mi sembra senza senso” dicono ragazze e ragazzi”, prima del precipizio.

Come scrive il sociologo e filosofo Francese Emile Durkheim“ l’anomia alimenta disperazione e suicidio”. La mancanza di controlli sociali e familiari aggrava poi la situazione psichica degli adolescenti.

In passato i problemi erano seri per adulti e bambini ma per altre ragioni che riguardavano un paese povero sconfitto dalla guerra. In quegli anni difficili noi bambini facevamo naturalmente chiasso, venivamo continuamente sgridati dagli adulti, ma non smettevamo di urlare, ridere, fare confusione, di giocare a pallone, mentre i nostri genitori magari riposavano o facevano l’amore. Eravamo, per così dire, felici, per quanto questo termine possa significare qualcosa in chi non aveva niente per esserlo.

Giocavamo con il pallone a piedi nudi, scalzi! Un “pallone” fatto di pezzi di stoffa colorata rubata alla mamma o alle sorelle, costrette, povere donne, a lavare i panni nella fontana esterna comune a tutte le famiglie.

Noi, maschi e femmine, invece, ci divertivamo al gioco della campana, oppure ci sfidavamo a colpi di cartoccetti, o al gioco divertente in una pista con le biglie colorate. Ci divertivamo così, e spesso il gioco era la medicina giusta per non pensare alla nostra condizione di povertà; malgrado le ristrettezze dell’epoca non eravamo una generazione ansiosa o afflitta da turbe psichiche come avviene purtroppo oggi.

Finalmente qualcosa si muove: molte scuole elementari e medie vietano ai ragazzi di portare il telefono in classe; a sua volta l’Unione Europea è in procinto di introdurre regole severe per limitare l’accesso della generazione zeta ai contenuti sensibili dei social media. In futuro le misure principali per accedervi saranno i limiti di età e i relativi sistemi di controllo necessari per impedire la loro adesione. Ora sta arrivando il “ciclone” dell’Intelligenza artificiale dove i giovani, ormai esperti di tecnologia, potranno utilizzarla per il bene comune. E’ quello che ci aspettiamo dai giovani e dai nostri figli.

Giuseppe Careri

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