Quando si parla di “moderazione” per lo più la si associa, d’istinto, al “centro” – qualunque cosa esso sia – immaginando che solo quest’ultimo vi si debba o vi si possa attenere ed, invece, ne siano dispensati gli altri attori del sistema politico e, specificamente, i due poli della destra e della sinistra.

In realtà, quanto più ci avviciniamo alla scadenza elettorale del prossimo anno, tanto più dev’essere preoccupazione comune la creazione, in questo tempo di ferro e di fuoco, di una condizione che pregiudizialmente non continui ad allontanare gli elettori dalle urne, riscatti l’autorevolezza della politica e la dignità che, di per sé, le appartiene, le restituisca quella dimensione “dialettica”, senza la quale è destinata ad appassire. Si avvicina, dunque, il tempo in cui la “moderazione” viene messa alla prova.

Come dobbiamo intenderla? Non come una reticenza paralizzante a fronte di scelte che, al contrario, oggi, su più fronti, esigono una schietta radicalità. Dobbiamo, invece, declinarla in quanto attitudine e capacità di argomentare, una parte verso l’altra, le rispettive posizioni e le ragioni che le sostengono, piuttosto che cadere in una demonizzazione incrociata che oscura, confonde e compromette la vera e sostanziale fisionomia delle questioni in gioco. Non è una cosa semplice riportare nei ranghi dell’ oggettività e della ragionevolezza un clima di lite perenne e furiosa, quale osserviamo oggi. Abbiamo, in realtà, bisogno di analisi più accurate, di categorie che permettano di collocare l’accadere degli eventi in un quadro interpretativo che ci faccia capire da che parte va il mondo e quali siano le tendenze di lungo periodo in cui inquadrare le nostre azioni.

“Argomentare” è anche un esercizio di umiltà. Vuol dire astenersi da affermazioni apodittiche ed accettare che nella propria visione vi siano anche profili in ombra che meritano di essere chiarificati, riflettendo sulle contestazioni che vengono mosse nei loro confronti. “Argomentare” vuol dire rinunciare, una volta per tutte, a posture ideologiche che, pur di ricondurre le cose dentro i loro schemi intellettualisticamente preconfezionati, le comprimono a costo di renderle ambigue.

Abbiamo bisogno che ogni cultura politica si declini in nuovi soggetti, il che non significa cancellare la storia con un colpo di spugna, ma capirne a fondo il senso che c’è, anche se il frastuono assordante delle cose del mondo non ci consente di coglierlo in modo chiaro e convincente. E’ necessario – come sostiene il filosofo francese Francois Jullien – “de-coincidere” da noi stessi. Osservarci con quel tanto di occhio critico e di auto-ironia di cui abbiamo urgente bisogno, come se fossimo capaci di vederci da una posizione che sta al di fuori di noi e consenta di cogliere il tutto in cui ci affaccendiamo focosamente e le mille contraddizioni che lo percorrono, con un sol colpo d’ occhio.

Noi siamo il nostro sguardo. E’, in effetti, quest’ultimo che va trasformato. Invece, le forze politiche, come si pongono oggi, combattono furiosamente la loro battaglia dentro il perimetro ristretto di un campo asfissiante che coincide strettamente con la somma delle loro superfici, stipate le une contro le altre, cosicché manca fisicamente lo spazio per articolare una qualunque strategia. Il mondo, quello vero – dove pulsano le passioni, si scontrano gli interessi, si vivono le gioie ed i drammi della vita di giorni di tutti i giorni, si coltivano le speranze – una volta si appassionava alla partita ed addirittura vi prendeva parte. Oggi, in larga misura, la disattende.

Domenico Galbiati

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