Ho avuto modo di ascoltare Ernesto Maria Ruffini e Bruno Tabacci e non posso non condividere l’analisi politica e giungere alla loro stessa conclusione: il Governo Meloni e questa destra che “parlano di paure invece che di speranze e di visioni sul futuro”, e che alla crisi in cui è finita la politica italiana sanno rispondere solamente con una nuova legge elettorale, ci fanno trovare dinanzi a quella che può essere definita “l’ultima chiamata e l’ultima fermata”.
E la consonanza c’è pure sulla dettagliata disamina degli insuccessi. A partire da quello del Pnrr la cui gestione non ha invertito l’andamento di una bassa crescita, non ha portato a niente in materia di innovazione e Intelligenza artificiale, e i salari rimasti con la loro scarsa capacità d’acquisto. E poi, ancora, la Sanità con tutti i suoi mali, tra cui quello dell’esistenza di troppe differenze territoriali che fortemente penalizzano, soprattutto, le regioni meridionali ed insulari. Per non parlare, poi, dell’istruzione e della formazione.
Ed anche della tanto coltivata presenza sul piano internazionale la cronaca di questi giorni ne svela i limiti ideologici e pratici. Mentre è necessario riconoscere da parte di Giorgia Meloni che ci sarebbe bisogno di più ruolo costruttivo in Europa, senza affardellarsi intorno alla solo contingenza e a polemiche di poco conto. Con la Sicurezza e l’emigrazione, l’elenco della disanima negativa di questi quattro anni circa di legislatura è sostanzialmente lo stesso nostro, più e più volte presentato su queste pagine.
La questione – e Ruffini e Tabacci l’hanno ben chiara – diventa allora del modo in cui offrire un’alternativa che non sia solamente basata sulle delusione per il Governo e provare a ragionare andando oltre, investigando così sulla possibilità di lavorare alla ricostruzione di un’Italia consapevole dell’esistenza di legami sociali da riannodare e della necessità di definire un “comune destino”. Rivolgendosi in particolare a chi si è allontanato dalla politica e che non vota più. Proponendo un’alternativa elaborata con nuove energie, con maggiori competenze ed approfittando di esperienze originali. In questo senso, il cosiddetto “campo largo” non basta più. E a questo riguardo, Bruno Tabacci fa riferimento alla foto “dei 4” – Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli – per dire che, alla fine, essa, offre solamente l’immagine di un qualcosa di minoritario.
C’è il bisogno di contrastare una legge elettorale che con il suo abnorme premio di maggioranza potrebbe consentire ad una infima minoranza di eleggere, addirittura da sola, il Presidente della Repubblica. Studiata in modo tale che sembra proprio una “punizione” per chi sarebbe pure disposto ad andare a votare. Anche se appare chiaro che il fenomeno Vannacci rischia di scompaginare un po’ tutti i progetti di Giorgia Meloni.
Ruffini ha annunciato, allora, che a settembre nascerà nuovo soggetto politico. E a questo punto è forse necessario avviare un ragionamento e, se possibile, un confronto dialettico. Ampio e costruttivo.
Appare evidente, infatti, che tutto quanto sopra ascoltato – e condiviso – porta Ruffini e Tabacci a configurare la presenza di questo nuovo soggetto politico nell’area del centrosinistra. Si chiami “campo largo” o “campo aperto” conta davvero poco. Ma c’è da chiedersi se una decisione del genere possa rappresentare davvero nel contesto attuale quell’elemento di reale novità in grado di soddisfare proprio quell’elettorato stanco e disilluso che diventa il riferimento strategico dei nostri due amici, così come lo è per tutti coloro – come noi – che credono nella necessità di aprirsi davvero alla società civile, alla sua pluralità di espressioni e di competenze. Quel composito è ricco mondo sociale e civile che non è alla ricerca di un “campo” in cui radicarsi se non esistono condizioni nuove, ed una credibilità considerata perduta anche da parte del centrosinistra. E’, insomma, il popolo che ha votato spontaneamente “No” al recente Referendum sulla Giustizia. Richiamato non certamente dai partiti, bensì dalla voglia di dire un “sì” alla difesa della Costituzione ed un implicito “no” al Governo che ne aveva proposto la riforma. Quel voto assurto a spartiacque, da non dissipare.
E allora, la domanda che pongo a Ruffini e Tabacci è se questo nuovo soggetto politico non debba provare ad allargare le proprie prospettive e, in qualche modo, liberarsi da un eccessivo condizionamento dei quattro della foto. Ampi sono i margini per una proposta di trasformazione che, ferma sull’antagonismo all’estrema destra che oggi governa, possa comunque offrire un’alternativa originale e specifica anche rispetto all’attuale centrosinistra. E così, svolgere una funzione davvero vivificatrice e di arricchimento del quadro politico, attuale e futuro, uscendo dall’idea di un “campo” che è pur sempre limitato da recinzioni, troppo spesso rivelatesi invalicabili.
Bruno Tabacci ha ragione quando sostiene che bisogna già adesso provvedere alle “procedure minime del fine Legislatura, altrimenti c’è solo del velleitarismo”. Ma se questo provvedere è comunque necessario anche partecipando ad una lista dentro il centrosinistra – con la prospettiva di giocarvi un ruolo davvero minoritario e subalterno – perché non puntare a presentarsi con una propria specificità all’intero corpo elettorale e non solo ad una sua parte?
Giancarlo Infante