L’Italia è il paese della Unione Europea con il maggior numero di imprese. Ma non è quello con più occupati o con più PIL. Infatti le piccole imprese sono molte. Le grandi sono poche. Questo avviene anche in ambiti particolari: le cooperative italiane sono più numerose delle cooperative tedesche e francesi, ma il fatturato delle cooperative in quei paesi è maggiore.
La stagione del “piccolo è bello” appartiene alla storia. L’epopea delle “multinazionali tascabili” anche. In realtà erano e sono medie imprese robuste, non piccole e micro. Magari ne avessimo di più. È vero che non dobbiamo ignorare le nostre performances nella industria manifatturiera (e non solo) e nelle esportazioni. Ed è vero che anche un numero cospicuo di PMI partecipa alle esportazioni italiane. Poiché la piccola dimensione di gran parte del sistema imprenditoriale italiano è nota, non avrebbe senso accanirsi a dimostrarlo. Si tratta dell’antefatto, piuttosto che dell’oggetto di questa riflessione.
Il Rapporto Istat 2020 ci offre uno sguardo utile: nel 2019, alla vigilia della Pandemia, erano aumentate in valore le esportazioni italiane e diminuite le importazioni. L’avanzo commerciale era aumentato rispetto all’anno precedente.
Protagonisti di questa performance 135.760 operatori alle esportazioni, una frazione delle imprese italiane.
Fra questi esportatori, precisa ISTAT, la tipologia prevalente erano nel 2019 i micro esportatori, cioè le imprese con un fatturato da esportazione inferiore ai 75.000 Euro. I micro sono il 57,5% del totale, ma contribuiscono al valore delle esportazioni nazionali per lo 0,3%.
Si sa che contare e pesare sono azioni che possono condurre a esiti diversi. In questo caso diverse decine di migliaia di imprese anche di contenuta dimensione sanno affacciarsi ai mercati internazionali. Sottovalutare le proprie risorse è sempre uno degli errori peggiori: non aiuta né ad incrementarle né ad usarle al meglio. Dunque queste imprese che hanno talento per i mercati internazionali sono  una vera  potenzialità. Se crescessero potremmo attenderci un contributo più consistente dello 0,3%.
Le grandi imprese, quelle che sono tali secondo la nozione comunitaria, cioè con più di 250 addetti, non arrivano all’1,5% delle imprese che hanno esportato in quell’anno, ma hanno esportato per il 48,8% del valore complessivo. Scrive infatti ISTAT che il contributo delle imprese esportatrici alle esportazioni nazionali cresce sensibilmente all’aumentare della dimensione di impresa, espressa in termini di addetti.
Prima di andare avanti segnalo, solo al fine di una riflessione successiva, che l’88,8% delle esportazioni italiane provengono dal Centro-Nord e quindi solo poco più del 10% dal Mezzogiorno. Ma il tema di questa riflessione è presto detto. Sarebbe un bene per l’Italia se un numero crescente di PMI potesse impegnarsi con successo in una crescita dimensionale, non fine a se stessa, ma in relazione all’impatto sociale, alla capacità innovativa e produttiva, alla competitività internazionale.
Ma quali sono gli altri motivi per crescere? Come evidenziato da ISTAT e sottolineato da alcuni commentatori (Gianni Balduzzi, Linkiesta, 6 gennaio 2021), più forte ancora del divario territoriale è, nell’entità dei salari, il divario dimensionale dei datori di lavoro. In Lombardia, rimarca Balduzzi, nel 2018 i lavoratori delle micro aziende guadagnavano 23.230 € lordi, i dipendenti delle grandi (cioè con oltre 250 addetti, quindi non grandissime) 37.380 €. Grandi differenze tra quanto pagano i datori di lavoro grandi e piccoli ci sono anche nelle regioni meridionali.
Un terzo motivo mi viene da una osservazione fatta in passato con alcuni collaboratori guardando alle diverse reazioni alle crisi delle grandi e delle piccole. Non è tanto lo sviluppo delle masse muscolari, che conta, cioè le economie di scala. Conta l’aumento delle cellule nervose: a partire da una certa soglia dimensionale l’impresa può avere un management specializzato: un commerciale estero, un finanziario, e così via. La capacità dell’impresa di leggere la complessità, di capire cosa sta accadendo, di vedere più lontano aumenta la resilienza e rafforza l’orientamento all’innovazione.
Questi tre argomenti riguardano il vantaggio di crescere. Ma bisogna considerare anche gli svantaggi del non crescere. La grande maggioranza di imprese italiane non ha dipendenti (le imprese risultanti all’ISTAT sono ben meno della metà delle imprese italiane). E la solitudine dell’imprenditore-lavoratore può essere impegnativa. Il rischio della dipendenza eccessiva dalle banche si acuisce. Il microcredito non si ottiene mica in poche ora e le nuove praterie del “crowfunding” non sono accessibili a tutti. Dunque senza andare oltre, sarebbe bene avere politiche che quando occorre “proteggano” le Pmi in quanto tali, ma assecondino la crescita di tutte quelle che ne hanno la potenzialità, che operano in attività in cui questo può essere positivo, e i cui imprenditori ne abbiano la volontà.
Piccolo a volte è bello, ma rimanere piccolo perché condannati ad esserlo è brutto.
Questo assetto sarà stato un punto di equilibrio in passato, ma ora è insostenibile. È diventato una delle difficoltà di sviluppo dell’Italia.
Che cosa dovrebbe cambiare nella politica per le imprese? Il cantiere che bisogna aprire va oltre questo intervento.
Ma faccio due esempi. Da dieci anno il ritmo di creazione di nuove imprese è in rallentamento. Fanno eccezione le srl semplificate, che possono esser costituite praticamente senza capitale. Dunque invece di aiutare le imprese a nascere più capitalizzate le autorizziamo a nascere senza capitale? Sarebbe un intervento a favore delle imprese? E’ vero che qualcosa negli ultimi anni si è fatto per incoraggiare a investire nelle PMI, ma si tratta di accorgimenti che difficilmente giovano ai più piccoli. Si sa poi che al raggiungimento dei 15 dipendenti sopravvengono rigidità nella disciplina del lavoro. Norme che possono indurre qualche resistenza a superare la soglia. Sarebbero così un disincentivo a crescere. Qualche meccanismo analogo opera nel fisco.
Senza nulla togliere alle Pmi, specie di questi tempi, si dovrebbe mettere a punto una tastiera di interventi atti a facilitare, incoraggiare, sostenere i processi di crescita. Poi in questi tempi in cui nascono imprese di necessità, da parte di persone che non trovando lavoro provano a mettersi in proprio, approdando a questa ultima spiaggia senza esperienze e (spesso) senza vocazione, sarebbero indispensabili e urgenti iniziative strutturate, fortemente incentivate se non obbligate, di formazione per aspiranti imprenditori e neo imprenditori. Non poco fanno le associazioni di rappresentanza imprenditoriali, ma non possono andare oltre le finalità proprie e le risorse.
Infine, proprio tutti dovrebbero crescere? No di certo.
Ci sono centinaia di migliaia di microimprese, oltre che di Pmi, per le quali la dimensione attuale è appropriata. E ce ne sono altre per le quali nell’avventurarsi a crescere sarebbe più la spesa che l’impresa, come afferma un modo di dire ben noto.
Ma fare l’imprenditore non è una sinecura. Anche nicchie inviolabili potrebbero essere disturbate da innovazioni organizzative. Anche il piccolo imprenditore andrebbe aiutato a tenere gli occhi aperti.
Vincenzo Mannino