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Assisi, 40 anni di dialogo tra le religioni per costruire la pace

A quarant’anni dallo storico incontro voluto da San Giovanni Paolo II nel 1986, il Presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, racconta a Interris.it il cammino delle religioni per la pace. Se durante la Guerra Fredda la sfida era sconfiggere la minaccia nucleare e sottrarre la causa della pace alle ideologie, oggi il contesto si misura con la “terza guerra mondiale a pezzi”, i risorgenti nazionalismi e il ritorno dei confini. Di fronte a questa frammentazione, la preghiera e il dialogo ad Assisi rappresentano una spinta decisiva verso l’unificazione spirituale del mondo, dimostrando concretezza attraverso storici processi di pace avviati dal Mozambico al Guatemala.

L’intervista

Presidente Impagliazzo, sono passati quarant’anni dal primo storico incontro di Assisi. Perché oggi è ancora così importante parlare di pace e qual è la differenza fondamentale rispetto al 1986?

“Quarant’anni fa, con Giovanni Paolo II, il problema principale era la Guerra Fredda: un mondo sull’orlo della crisi e della guerra nucleare, dominato dalle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Papa Wojtyła intuì che le religioni dovevano prendere in mano la bandiera della pace e non lasciarla ai Paesi comunisti, che nella loro retorica parlavano di pace ma alimentavano guerre in giro per il mondo. Oggi il problema è diverso: viviamo quella ‘terza guerra mondiale a pezzi’ di cui parlava Papa Francesco, segnata da risorgenti nazionalismi, dalla separazione tra i popoli e da confini e frontiere che tornano ad alzarsi, nonostante il mondo sia globalizzato”.

In questo scenario globalizzato ma diviso, che cosa manca davvero per raggiungere la pace?

“Manca un’unificazione spirituale. Il tentativo di Assisi di riunire tutte le religioni per la pace punta proprio a spingere per questa unificazione spirituale del mondo, che è la sola che può garantire la pace domani”.

L’intuizione di Giovanni Paolo II ha dato vita a un appuntamento periodico di preghiera. Alla luce dei tanti conflitti ancora in corso, questo sforzo non rischia di rivelarsi vano?

“No, tutt’altro. Nel corso degli anni questo cammino non si è mai rivelato vano: ha coinvolto sempre più persone e popoli, ma soprattutto ha favorito veri e propri processi di pace. Pensiamo al Mozambico, alla Repubblica Centrafricana, a Mindanao nelle Filippine o al Guatemala: sono tutti contesti in cui i processi di pace sono nati proprio dall’incontro tra gli esponenti religiosi e la Comunità di Sant’Egidio. È un lavoro paziente e creativo a cui bisogna dare tempo: per far sì che le persone si incontrino e si riconcilino ci vuole tempo, non bisogna avere fretta e bisogna pregare molto”.

Come si evita che un appuntamento simile si riduca a pura spettacolarizzazione o a un semplice contenuto per i social? In che modo si possono coinvolgere le nuove generazioni?

“Penso ai tanti giovani che oggi vedono quotidianamente nelle notizie bombardamenti di ogni genere. Quando vedranno l’immagine dei leader religiosi che accendono luci di pace dallo stesso candelabro, riceveranno un messaggio profondo: è un’immagine bella e positiva. Abbiamo un grande bisogno di immagini che diano conforto, speranza e che accendano luci di pace in questo mondo. Assisi ha anche questo ruolo fondamentale, parlante soprattutto alle giovani generazioni”.

Intervista di Francesco Vitale pubblicata su www.interris.it

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