Il “centro” – chiamiamolo convenzionalmente cosi, anche se il termine non dà compiutamente conto della prospettiva che pur indica – dovrebbe contemplare almeno tre versanti.
Rivendicare quella vera e sostanziale “autonomia” dagli altri attori in gioco, che per INSIEME ha sempre rappresentato un motivo dirimente del proprio indirizzo politico. Darsi una forma di “coalizione” tra le varie componenti che vi concorrono, evitando i nefasti cammini della “fusione”, di cui, ad esempio, il PD ha pagato e paga tuttora il duro prezzo. Qualificarsi in ordine alle politiche ed ai contenuti che si intendono proporre nel senso forte con cui Don Sturzo parlava di “partito di programma”.
L’ “autonomia”, anzitutto. Va intesa, in primo luogo, in termini di elaborazione di un pensiero strutturato e chiaro che, per quanto ci riguarda, stia nel solco della cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare, eppure sia nuovo ed originale. E conseguentemente – solo conseguentemente – in un’autonomia di schieramento. Quest’ultima, senza la prima, finirebbe per impallidire fino all’estinzione.
I cattolici in politica servono se hanno un’ispirazione, una visione, un corredo di criteri, metodi e valori, un insieme di indirizzi e contenuti programmatici che, senza di loro, non emergerebbero o farebbero fatica ad affermarsi, per quanto il discorso pubblico e lo stesso Paese ne abbiano bisogno. Soprattutto in questa fase storica, devono assumere, prima che un ruolo di potere, un compito di verità. Se la loro presenza altro non fosse se non una rivendicazione di parte, un tributo alla loro memoria storica, una ricerca di “visibilità” – insomma, un che di autoreferenziale – potrebbero lasciar perdere ed assopirsi nelle pieghe di altre culture….il che, purtroppo, in verità, non è molto lontano da ciò che in effetti avviene.
Sul piano degli schieramenti, “autonomia” non significa arroccamento, separatezza, orgogliosa ed altera rivendicazione di una presunta superiorità, tanto meno facendola derivare dalla fede, come pur a taluni succede. Vuol dire stare “laicamente” nel corso della storia, capaci di ascolto, aperti a rapporti di impegno comune, secondo una declinazione ferma, ma dialogica, non ossificata, non trasformata in una trappola ideologica della propria identità.
“Coalizione” significa stabilire tra i diversi soggetti che intendano dare vita al “centro”, un rapporto tale per cui le differenze, guardandosi reciprocamente negli occhi – invece di essere nascoste sotto il tappeto come succede nelle fusioni – diventano un elemento di forza piuttosto che di debolezza.
Cosa significhi “coalizione” ce lo ha mostrato De Gasperi nel ’48, quando, pur disponendo della maggioranza assoluta in Parlamento, ha voluto coinvolgere nel governo del Paese altre forze ed ha scelto di costruire la “repubblica democratica”, piuttosto che assecondare la suggestione per la “Repubblica cristiana” che pur era viva nella Democrazia Cristiana.
A maggior ragione oggi, la “coalizione” – sia tra esperienze differenti, che pur vengono dallo stesso ceppo e vogliono reincontrarsi, sia tra forze politiche diverse – è necessaria. Quanto più la realtà sociale è complessa, tanto meno può essere compressa e catturata in un solo sguardo, secondo un’unica chiave di lettura.
Fare “coalizione” vuol dire riconoscere una comune finalità superiore che, in quanto sovraordinata alla visione particolare di ciascuno, permetta di comporre, tra tutti gli attori della vicenda, non meri compromessi o aggiustamenti aritmetici della varie posizioni, ma piuttosto “mediazioni” di alto profilo.
In quanto al “partito di programma” – ma questo e sui suoi capisaldi tematici si dovrà ritornare – è anzitutto il necessario tramite che alla visione ed allo stesso “progetto politico” conferisce la concretezza necessaria a farne parte attiva di un processo storico, fatto proprio e vissuto da molti, piuttosto che la contemplazione di un ideale astratto.
Domenico Galbiati