Siamo nati convinti di doverci impegnare per creare una prospettiva di trasformazione del Paese che non può non partire da quella indispensabile del sistema e del quadro politico.
Si tratta del superamento di un bipolarismo coinciso con un sostanziale regresso del Paese e della sua capacità di restare sulla cresta dell’onda dell’evoluzione sociale, tecnologica ed economica, così com’è stato fino agli anni ’90.
Definirsi alternativi alla destra come alla sinistra non significa partecipare al gioco dello schieramento e fregiarsi di quell’etichetta del “moderatismo” che rischia di rimanere opportunismo politico senza respiro e senza prospettiva. E neppure limitarsi a sollecitare il riconoscimento di una identità e di una rappresentanza storica, culturale, di valori e di interessi che questo sistema bipolare ha ridotto alla marginalità. Come del resto accaduto ad altre identità, culture politiche, valori ed interessi che pure avevano portato l’Italia ad essere la quarta potenza industriale del mondo.
Abbiamo fatto sempre riferimento al termine di “baricentro”. A cui lavorare pensando non agli schemi del metodo e della sostanza che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni, alla fine rivelatisi utili solo alla creazione di una profonda cesura tra politica e popolo. Divaricazione molto più ampia e complessa di quella che, fisiologicamente, il Paese si è trascinato dietro sin dalla nascita dello Stato unitario. E, tra l’altro, aprendo i varchi alle sgrammaticature costituzionali avviate dall’attuale maggioranza – come sono quelle del Premierato, dell’Autonomia differenziata, e persino la cosiddetta riforma della Giustizia – destinate a modificare spirito e sostanza della nostra Carta costituzionale e a ridurre ulteriormente la qualità del nostro sistema democratico, il concetto di partecipazione e quello di rappresentanza.
Ecco a cosa serve lavorare, allora, alla costruzione di un nuovo “baricentro” in cui chiamare tutte quelle forze politiche già presenti, gruppi, associazioni e parti della società civile che credono nella possibilità di trasformare il Paese, ma senza snaturarne la fisionomia istituzionale.
Come dimostra il ricco dibattito in corso, anche se del tutto ignorato – se non travisato dai grandi organi d’informazione – esistono ampi margini per creare le condizioni di una ricomposizione di un’area che trovi uno dei suoi grandi motivi d’interesse e di consenso proprio perché si presenta in maniera autonoma. Nel senso di far crescere, definire e codificare l’impegno alternativo ad una destra impresentabile al pari di quello verso una sinistra che sempre più mostra dei limiti oggettivi, anche di cultura politica. A partire da una radicalizzazione su cui non si riflette adeguatamente, nonostante importanti fatti mondiali ed interni – citiamo solo, per quanto riguarda l’Italia, l’abbandono del voto cattolico – dovrebbero spingere a farlo. O vi sarebbero altre ricette per rispondere al MAGA americano ed al preoccupante avanzamento delle destre estreme nella intera Europa? Il processo di esaltazione dei diritti individuali – propri comunque di una vecchia concezione liberistica – è stata accompagnato da una incapacità a rispondere alle dinamiche sociali cui sono dovute le profonde modifiche intervenute nel lavoro e nel mondo della produzione e del digitale.
E’ vero che la legge elettorale ha la sua importanza, ma le recenti esperienze della nascita dei 5 Stelle, l’iniziale esplosione della Lega di Salvini e il successo di Giorgia Meloni – tutte avvenute all’interno della realtà attuale determinata dalla logica bipolare – fanno riflettere e ci dicono che quello del sistema di voto è, certo, condizione importante, ma non indispensabile in modo assoluto.
In ogni caso, il processo di costruzione di un nuovo baricentro si rivelerà più forte quanto più coloro che vi vorranno concorrere saranno in grado di guardare alle forze inespresse della società e sapranno dare una risposta alla voglia di partecipazione che nel Paese è profonda a dispetto di tutto. La risposta non può che venire, nel contesto in cui ci si trova oggi ad operare, dalla capacità di coniugare l’autonomia e lo spirito indicato da De Gasperi della coalizione.
Si tratta di due processi non facili da interpretare. Ma abbiamo l’obbligo di provarci.
A partire dai territori dove è necessario conciliare tante spinte divaricatrici, ma dove si coglie l’esistenza di tante attese. La sfida va accettata perché, forse, siamo di fronte all’ultima occasione che viene data dal corso preso all’attuale processo storico del Paese. E in questo senso non possiamo che registrare positivamente ciò che sta riaffiorando con le tante novità che abbiamo il dovere di accompagnare e sostenere.
Giancarlo Infante