Pubblichiamo due contributi sulla figura di Pippo Baudo

Oggi a Militello in Val Catania, suo paese di origine, Pippo Baudo riceverà l’ultimo saluto dalla terra siciliana cui è rimasto sempre legato nonostante i successi di una lunga ed irripetibile stagione della televisione italiana che ha portato il suo nome.

Non soltanto un conduttore e un uomo di spettacolo: Baudo è stato un maestro, un costruttore di linguaggi, un acuto e fine interprete dei gusti e delle aspirazioni di milioni di italiani. La sua carriera, cominciata negli anni Sessanta e durata fino ai primi anni Duemila, ha attraversato epoche, generazioni e trasformazioni profonde del Paese. Il segreto del suo successo non risiedeva soltanto nella grande professionalità e nella capacità di “tenere il palco”, ma soprattutto nell’intelligenza con cui sapeva sintonizzarsi con il pubblico.

Baudo comprendeva l’Italia che cambiava: le famiglie che si affacciavano al benessere, i giovani che cercavano nuove forme di espressione, il desiderio diffuso di leggerezza ma anche di conoscenza. Fu questa combinazione di intuito, cultura e sensibilità a farne un protagonista assoluto della televisione. In un Paese ancora diviso da fratture sociali, ideologiche e geografiche, la Tv diventò un potente collante nazionale. Se autostrade e migrazioni interne contribuirono a creare una nuova unità, non meno importante fu il ruolo della televisione: e in questo, Pippo Baudo ebbe un merito speciale.

Come Mike Bongiorno, che, magistralmente Umberto Eco analizzò nel Diario minimo per il suo impatto antropologico, anche Pippo Baudo rappresentò una figura-simbolo dell’Italia del dopoguerra. Le sue trasmissioni, da Settevoci a Domenica In, dal Festival di Sanremo ad altri grandi eventi, segnarono tappe decisive nel costume nazionale. Era capace di dare spazio sia ai nuovi talenti che ai grandi protagonisti della musica e dello spettacolo, trasformando i suoi programmi in veri e propri riti collettivi.

La sua Tv che unì l’Italia

La sua televisione non fu mai superficiale: Baudo amava la cultura e seppe portarla nei salotti delle famiglie italiane con naturalezza, senza pedanterie. Sapeva mescolare alto e basso, popolare e colto, creando un linguaggio universale che arrivava a tutti. Questa sua attitudine lo rese, pur senza mai fare politica attiva, vicino a quel mondo interclassista e moderato che aveva trovato nella Democrazia Cristiana il suo naturale punto di riferimento. Ma l’eredità più grande lasciata da Baudo è forse quella della coesione culturale. In un’Italia segnata da forti squilibri tra Nord e Sud, i suoi programmi contribuirono a unificare il Paese anche dal punto di vista immaginario, dando voce a talenti meridionali e settentrionali, offrendo un palcoscenico comune in cui gli italiani potevano riconoscersi.

Oggi, nel saluto commosso di tanti artisti e colleghi, si coglie il segno di una lezione che va oltre la televisione: Pippo Baudo ha insegnato che lo spettacolo può essere anche strumento di crescita, di apertura, di futuro. Un futuro che ha contribuito a costruire scoprendo e lanciando generazioni di talenti, ma soprattutto mostrando che si può fare televisione popolare senza rinunciare alla qualità. Con la sua scomparsa non perdiamo solo un conduttore, ma un pezzo della nostra storia collettiva. Pippo Baudo rimarrà nella memoria come il simbolo di una Tv capace di unire, di educare e di intrattenere, con quella miscela rara di rigore e leggerezza che è propria dei grandi maestri che hanno segnato profondamente la storia e la cultura del nostro Paese.

Michele Rutigliano

S’è detto e scritto tanto del dottor Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, al secolo Pippo, nel bene certamente più che nel male – in primis ad opera della di lui ex moglie Ricciarelli – ed avendo avuto il piacere di conoscerlo almeno in due, distinte occasioni, ne traccio alcune circostanze e conseguenti, aspetti caratteriali che ne esaltano la qualità del personaggio.

Siamo nell’agosto del 2001, serata dedicata al Premio “Margherita d’oro”, menzionato da L. Costarella sulla Gazzetta del mezzogiorno del 17 agosto scorso. Sul palco conduce Lui la kermess, come aveva fatto nel primo periodo dell’evento durante gli anni ’70, in cui venivano premiati pugliesi illustri come Pietro Mennea e B. Finocchiaro, presidente RAI. Ebbene, il mitico conduttore – dopo aver letto con attenzione il mio curriculum – mi sottoponeva ad uno stress non indifferente, insistendo per 25 minuti con un’intervista/interrogatorio più dura di esame di laurea e chiedendomi chiarimenti di ogni genere e dettagli sulle mie esperienze lavorative.

Ciò denota una spiccata professionalità, caratterizzata dall’intento di rendere oggettivo omaggio al riconoscimento pubblico in questione e trasparenza in merito alla valutazione del candidato da parte della giuria. Un secondo accadimento m’ha visto partecipe con il compianto n. 1 della tv di Stato, allorché – parecchi anni dopo – riconobbi la nota figura di quello spilungone che era fermo nel bel mezzo di piazza Cola di Rienzo. Evidentemente stava aspettando, mentre era già passata la mezzanotte, qualche anima pia che lo riaccompagnasse a casa: questo qualcuno sarebbe stato il sottoscritto che, inchiodata l’autovettura, gli chiedeva: “ciao, Pippo, problemi?”. Mi rispose:”no, ma devo tornare a casa”. “E allora Sali pure, ti accompagno io”, gli dissi tranquillizzandolo. E ci avviammo verso via Frattina nel deserto notturno della città eterna.

Di lui mi colpiva quella semplicità straordinaria e l’immediatezza nel rapporto umano, tipici dei meridionali che si manifestano in genere sorridenti, disponibili e piuttosto ottimisti nei confronti delle difficoltà della vita. La sua comunicazione era così lineare, chiara e piacevole che ne giustifica il successo pieno e senza pari, la consolidata popolarità, tipica di un ex democristiano che non ha mai tradito la propria formazione ideologica, non lasciandosi tentare dalle sirene della II Repubblica. Tant’é che all’inizio del terzo millennio si sarebbe impegnato nel tentativo di rifondare il partito “scudocrociato” che è stato decisivo nella ricostruzione post-bellica, il cui risultato negativo gli sarebbe poi dispiaciuto non poco.

Un altro progetto gli è rimasto, purtroppo, nel cassetto dei sogni: creare una scuola di formazione per conduttori televisivi e dello spettacolo. E ce ne sarebbe sicuramente bisogno!

In fondo, un catanese che rivendicava la propria origine siciliana, che amava il sud a cominciare da Napoli e Bari, ove aveva conosciuto la sua consorte Ricciarelli. Mentre è stato ricordato, tra l’altro, che volle recarsi a San Giovanni rotondo insieme a Renzo Arbore, il quale avrebbe chiesto al santo delle stimmate quale carriera avrebbe fatto. Padre Pio li trattò bruscamente, allontanandoli con fermezza …

In fondo penso che possiamo immortalarlo come un vero, grande maestro della comunicazione televisiva, che ha avuto l’abilità di lanciare numerosi artisti, presentare il maggior numero di Festival di San Remo, prestarsi in modo eclettico a varie forme di spettacolo, ma di non aver avuto modo di “lasciarci in eredità” un conduttore alla sua altezza.

Michele Marino

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