Secondo un’inchiesta della BBC, durante il secondo mandato di Donald Trump alcuni “trader” hanno guadagnato milioni di dollari piazzando scommesse in Borsa poco prima di annunci presidenziali che hanno fatto muovere i mercati.
Gli esempi riguardano soprattutto:
- il 9 marzo 2026, quando il prezzo del petrolio è crollato subito dopo un’intervista in cui Trump diceva che la guerra con l’Iran era “quasi finita”; le vendite di “futures” erano però esplose già 47 minuti prima;
- il 23 marzo 2026, prima del suo post in cui annunciava “la totale risoluzione delle ostilità”, con un’altra impennata anomala di scambi;
- il 2–9 aprile 2025, per l’improvviso rialzo di Wall Street dopo la sospensione dei dazi globali: enormi scommesse long sullo S&P 500 erano comparse poco prima;
- il 3 gennaio 2026, quando un account della piattaforma Polymarket vinse oltre $400.000 scommettendo sulla rimozione del presidente venezuelano Maduro, avvenuta appena ore dopo;
- il 28 febbraio 2026, quando sei conti su Polymarket puntarono correttamente su un attacco USA all’Iran, guadagnando $1,2 milioni in totale.
Alcuni di questi account hanno smesso di operare subito dopo i guadagni.
Trump Jr risulta coinvolto come consulente o investitore in due di queste piattaforme, ma non ci sono accuse formali contro di lui.
Le aziende interessate sostengono di avere piani di controllo contro l’insider trading e di collaborare con le autorità.
La SEC (Securities and Exchange Commission – Ente federale Usa con compiti di vigilanza delle borse) e la CFTC (U.S. Commodities Futures Trading Commission – Autorità statunitense di controllo del mercato dei “futures”, contattate dalla BBC, non hanno rilasciato commenti.
Un portavoce della Casa Bianca ha definito “irresponsabili e infondate” le insinuazioni di trading basato su informazioni riservate.
Un esperto di diritto finanziario (Paul Oudin, ESSEC Business School) ha dichiarato che, pur in presenza di indizi evidenti, è quasi impossibile provare penalmente la fuga di notizie o identificare la fonte informata — motivo per cui raramente si procede con incriminazioni.