Elemento centrale per ogni comunità politica è la definizione di un set di beni pubblici comuni la cui realizzazione (perlomeno parziale) è demandata alle sue autorità politiche. Quali siano questi beni comuni e come vengano definiti cambia naturalmente nel tempo e attraverso i regimi politici.

La sicurezza interna ed esterna è tradizionalmente uno di questi beni, così vale per la prosperità economica, ma sempre più nei paesi avanzati democratici si sono aggiunti alti livelli di welfare sociale tali da correggere gli squilibri dell’economia di mercato. La capacità o meno di raggiungere livelli adeguati rispetto ai beni comuni ritenuti importanti diventa metro di giudizio dei governi e al limite della loro legittimità. La possibilità che uno o più stati si rivelino incapaci di assicurare livelli indispensabili di beni comuni cruciali può addirittura portare a mettere in questione la definizione stessa della comunità politica di riferimento. È appunto quello che è avvenuto con il processo di integrazione europea a partire dal secondo dopoguerra. Il fallimento degli stati nazionali nel garantire livelli adeguati di beni comuni primari come la sicurezza e la pace, nonché il benessere economico, ha aperto la strada ad un inedito ripensamento della comunità politica ottimale.

Lo stato nazionale sovrano ha mostrato i suoi limiti e si è avviato un processo che, senza privare gli stati nazionali della responsabilità su alcuni importanti beni comuni, ha trasferito la responsabilità di altri significativi beni comuni dal livello nazionale a quello sovranazionale. Così per conseguire la prosperità economica è parso più utile passare da mercati protetti e regolamentati a livello nazionale a un mercato unico governato da regole europee. E con il tempo anche a una moneta unica. Mercato e moneta sono quindi diventati beni comuni europei. Un processo simile è avvenuto per uno dei beni comuni sempre più al centro dell’attenzione come la protezione climatica e ambientale e, a seguito del COVID, la difesa dalle crisi epidemiche.

Tutto questo ha significato anche che la gestione politica di questi beni comuni si svolge oggi prevalentemente attraverso le istituzioni dell’Unione Europea (Commissione, Consiglio Europeo, Parlamento europeo, ecc.). È lì che la responsabilità politica in merito alla produzione di questi beni deve essere fatta valere.

Oggi la grande sfida riguarda i beni comuni della pace e della sicurezza nonché quello della trasformazione economica nell’era dell’intelligenza artificiale. In entrambi i campi la capacità degli stati nazionali europei appare nettamente insufficiente.

Limitiamoci qui al primo tema. L’aggressione russa all’Ucraina, segno di una nuova postura imperialistica della Russia di Putin, il venire meno della protezione americana sull’Europa e il disordine che regna nel Medio Oriente hanno messo sufficientemente in chiaro come da questo contesto internazionale derivino gravi minacce per i beni della pace e della sicurezza e come nessuno degli stati nazionali europei sia in grado di svolgere (salvo qualche iniziativa piuttosto velleitaria) una azione significativa per contrastarle. È tempo quindi di riconoscere che questi beni comuni fondamentali devono oggi assumere una dimensione prevalentemente europea se non si vuole che il nostro continente resti tagliato fuori dalle scelte che vengono compiute nel mondo.

Riconoscere che un bene comune importante deve essere promosso a livello europeo richiede anche che in sede comunitaria siano allocate risorse sufficienti per il suo raggiungimento. Tutto questo esige che nel processo politico le ragioni di questo sforzo siano sostenute in un serio dialogo tra politici e opinione pubblica. Ci saranno naturalmente politici nazionali che preferiranno cercare di guadagnarsi una facile rendita politica interna mostrando di difendere il tradizionale ruolo nazionale in questo campo con formule di cooperazione parziali tra alcuni stati o lamentando la diminuzione di risorse nazionali dedicate ad altre finalità e magari attaccando i “burocrati di
Bruxelles”. Si spera però che ve ne siano altri che invece abbiano capito la portata esistenziale della questione e siano capaci di assumere pienamente un ruolo di “statisti europei” spiegando con franchezza ai loro elettori le ragioni di questo storico passaggio.

Il panorama è ad oggi misto e non è difficile capire perché. Tuttavia non mancano anche segnali incoraggianti. In particolare sulla questione Ucraina, tema ovviamente centrale per una politica estera e di sicurezza europea, pur con lentezza e notevoli difficoltà iniziali l’Unione Europea ha mostrato con il recente prestito da 90 miliardi di euro di aver imboccato non solo a parole ma anche nei fatti la strada della costruzione di nuovi beni comuni europei.

Maurizio Cotta

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