L’onorevole Enrico Letta, leader del Partito Democratico, con un’intervista a “Repubblica” ha condiviso la proposta avanzata dal Premier Draghi, dall’aula dell’Europarlamento, di compiere finalmente le scelte decisive per dare vita agli Stati Uniti d’Europa: questa scelta sarebbe, per molte ragioni, il passo decisivo per la pace.

Tuttavia, mettere mano alla riforma dei Trattati su cui si è costruita, negli anni ’50, la Comunità europea, significa scalare l’Everest. Quei Trattati hanno assegnato al Consiglio europeo, vertice degli Stati nazionali della Comunità europea, e all’unanimità che doveva e deve caratterizzare le sue decisioni, il ruolo di perno di una unione politica che ha rappresentato la più solida garanzia di pace nel Vecchio continente, dopo due secoli di “guerra civile” tra i popoli europei.

Come non riconoscere che quel “vertice politico” (oggi vertice dell’UE) è stato nello stesso tempo il punto di forza della strategia europeista e del suo graduale allargamento a nuovi Paesi, ma anche il vero ostacolo a una strategia davvero “federalista” dell’unità europea?

Questa fondamentale riforma si sarebbe dovuta compiere quando l’Europarlamento ha approvato il testo della Costituzione europea, e comunque prima di avviare l’allargamento dell’Unione agli Stati dell’Est…

Ma all’inizio di questo secolo è stata maggiore l’urgenza di allargare all’Est rispetto a quella di consolidare ciò che già si era costruito, poiché quasi tutti quegli Stati facevano già parte della NATO, e tutti chiedevano che fosse l’ Europa a “garantire le loro frontiere” verso la Russia.

Oggi quella strategia è diventata una strada in salita, resa ancora più difficile dall’esplosione della guerra d’Ucraina, ma anche dal fatto – di cui non si discute, neppure nel Parlamento di Strasburgo – del consolidarsi anche in alcuni Paesi della originaria Comunità, di una tendenza “Confederale” che si sta estremizzando in “sovranismo”. Questa tendenza si è manifestata con l’exit della Gran Bretagna, nostalgica dell’Impero e da sempre più vicina agli USA che all’UE; poi nel diffondersi in altri Paesi europei di minoranze favorevoli all’exit (per ragione di polemiche interne), poi nella trasformazione di questa tentazione nella convinzione che sia possibile conquistare una maggioranza degli europei ad un’Unione che riconosca al diritto nazionale il primato nei confronti del diritto europeo. È la linea politica sostenuta dall’Ungheria e dalla Polonia, ma anche dalla destra lepenista e dalla sinistra populista in Francia; potrebbe diventare il programma di molti Paesi di minore dimensione compresi gli Stati del Nord Europa: Belgio, Olanda, Danimarca, Irlanda… e forse del Portogallo (non di quei popoli, ma delle nomenclature al governo in quei Paesi), preoccupati del rischio che al governo della federazione europea si consolidino i rappresentanti (nomenclature) degli Stati più forti: Germania, Francia, Italia, Spagna…

È facile immaginare che non sarà l’ambizione delle nomenclature che governano in quei Paesi la motivazione avanzata per una formula confederale, ma qualunque possa essere la motivazione, finirebbe per favorire la regressione al nazionalismo che ha dominato un passato di contrasti sanguinosi. Solo l’affermarsi del “patriottismo europeo” potrà scongiurare il naufragio dell’Europa.

Questo patriottismo, già presente nelle nuove generazioni, richiederebbe che a livello delle istituzioni europee che già formalmente esistono, Parlamento e Commissione, il dialogo riguardasse le “famiglie politiche europee”, mentre a questo livello nella politica europea si stanno facendo passi indietro, cresce una frammentazione politica che finirà inevitabilmente per rendere più incerta ogni ipotesi di reale federalismo europeo.

Anch’io ho idealmente applaudito il coraggioso discorso fatto da Draghi a Strasburgo, e condivido la posizione espressa da Letta, che guarda oltre gli interessi elettorali; ma continuo a temere che quell’Europa, quegli Stati Uniti d’Europa, siano molto difficili da realizzare, che la debolezza politica di “questa” Europa sia la vera spiegazione per l’egemonia che gli Stati Uniti d’America conservano nelle decisioni che impegnano la NATO nella difesa dell’indipendenza dei Paesi e della libertà.

Le altre argomentazioni sono mezze verità, cioè pretesti di chi non riesce a calarsi nella realtà del tempo che stiamo vivendo e delle contraddizioni tra libertà e sicurezza che lo caratterizzano, mentre cresce anche in Italia il peso delle diseguaglianze, vero rischio per la democrazia che qualifica la realtà sociale e politica dell’Occidente.

Guido Bodrato

 

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione i Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)