Ecco la nostra seconda Pasqua ai tempi del COVID, l’ultima se tutto funzionerà bene nel piano vaccinale (e non solo per la parte che dipende da noi) e se passeremo prontamente – se occorresse – dalla logica della vaccinazione una tantum a quella della vaccinazione periodica. Soprattutto a questo serviranno i vaccini italiani o prodotti in Italia.
E poi dovremo portare la nostra sanità all’altezza a cui ci illudevamo che fosse. Inoltre, la storia insegna che le grandi pandemie colpiscono a lunghi intervalli, ma sarebbe incosciente ignorare chi mette in guardia rispetto a un probabile aumento di frequenza.
Abbiamo imparato che non è vero che niente sarà più come prima. Le comunità umane hanno una straordinaria capacità di risalire sulla strada maestra quando ne vengono sbalzate fuori. Abbiamo constatato che non è vero che tutto andrà bene, almeno non nei tempi immaginati un anno fa. Bisogna vivere per sapere come andrà e per farlo andare meglio che si può.
In questa Pasqua così limitata nelle manifestazioni esteriori della festa, diventa più importante scambiarsi auguri, che abbiano un contenuto. Ai credenti questo contenuto è dato. Ma quale augurio possiamo affidare a una condivisione civile?
Ascoltando, leggendo, guardando, sembra che il massimo e che riusciamo a sperare, e che chiediamo a chi governa, è di programmare le riaperture. Dunque quello che vogliamo è riprendere la vita di prima. Guardiamo in faccia ciò a cui dobbiamo prepararci, almeno per la parte che già conosciamo.
Ripeto, non è vero che niente tornerà come prima, ma è vero che molti di noi, più numerosi di quanti vorremmo, non ritroveranno la vita di prima. Per quelli che hanno perso il reddito, stiamo provvedendo parzialmente e più o meno tempestivamente. Per quelli che rischiano il licenziamento stiamo rinviando il momento della verifica. Finché possiamo indebitarci, ricorrendo a nuovi scostamenti di bilancio, o se predisporremo una nuova fiscalità capace di sostenere il contenimento delle diseguaglianze (a mano a mano nella indagine conoscitiva parlamentare sulla riforma dell’IRPEF alcune ipotesi cominciano a prendere forma) soccorreremo chi perde reddito.
Alcuni però non troveranno riaperture. Avranno perso la strada. Il loro posto di lavoro non ci sarà. La loro attività non avrà resistito. A chi sarà in questa condizione dare solo uno spezzone di reddito non basterà. Ci aiutano alcune informazioni recenti.
La terza edizione dell’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane condotta da Banca d’Italia dice che è aumentata del 9% la percentuale dei nuclei che si attendono un peggioramento della situazione economica. Il FMI nel suo rapporto sull’Italia prevede un recupero del PIL per il 4,25% nell’anno in corso, ma solo se il piano di vaccinazione procederà assai bene, e inoltre se si proseguirà negli stimoli dopo che sarà finita la crisi per contenere i danni al mercato del lavoro. Il bollettino Unioncamere e ANPAL (comunicato Unioncamere del 29 marzo) conferma la ripresa dei contratti di lavoro nel trimestre avviato: più del 2020, meno del 2019. Vanno meglio le imprese nei settori trainati dalla domanda internazionale. Invece resta sensibile la riduzione della domanda di lavoro rispetto al 2019 soprattutto nel terziario e nel turismo. Sono le microimprese a registrare la maggiore flessione rispetto al tempo pre-Covid, mentre le grandi sono pressoché agli stessi livelli.
Ecco che già si delinea la folla dei dispersi e degli smarriti, quelli che aspetteranno invano la loro riapertura, quelli che hanno perso la strada o la cui strada non porta più a un luogo di lavoro. Chi ne avrà cura? Chi li accompagnerà ad aprire la nuova strada? Oggi , conosco solo la Caritas capace di ascoltare queste persone, e anche i servizi sociali dei comuni inviano spesso le persone alla Caritas.
Una riforma delle politiche attive del lavoro e soprattutto degli strumenti con cui operano è diventata un’urgenza che prevale su molte altre. Ma, vecchio vizio, continuiamo a pensare di più alle politiche passive, necessarie, ma non sufficienti, perché da sole non aprono prospettive. Quale è l’istituzione o l’Agenzia che si sta dando obiettivi per i disoccupati da Covid? Quanti e dove di prefigge di rimetterne al lavoro nei prossimi mesi? Con quali misurazioni e valutazioni dei risultati? E per tutti quelli che senza averne una vocazione pregressa tentano di mettersi in proprio, di inventarsi come imprenditori, con un tentativo che va considerato eroico in molti casi, quale è l’investimento? La formazione imprenditoriale? La dote iniziale di pur piccolissimo capitale?
Chi governa deve necessariamente interpretare numeri, perché lavora su vaste collettività, ma ci sono moltitudini di destini personali, sui quali i numeri sono muti. Bisognerà ricostruire dal basso, far rinascere economia dal piano terra della società, e dalle donne e dagli uomini del piano terra, e della strada (si dice ridursi sul lastrico) e dagli sconfitti in casa (dai NEET che non possiamo rassegnarci ad abbandonare). Bisogna sviluppare politiche del lavoro potentemente imperniate sulla sussidiarietà. Bisogna dare coraggio e sostegno a tutti quelli che già operano in questo modo e a chi comincerà a farlo; mettere in campo chi sa partire dalle esigenze e dalle risorse di ogni singola persona, chi sa che non si butta niente, chi accetta la sfida di rigenerare ogni sconfitta.
Facciamoci gli auguri che la nostra comunità, la comunità Italia, incontri e ascolti queste persone, le prenda effettivamente con sé, come membri attivi e partecipi nella carovana della ripresa.
Vincenzo Mannino