Pare si vadano, via via intensificando, le iniziative di confronto nella vasta platea del cosiddetto “centro”, alla ricerca di eventuali e possibili convergenze, che ne diano un immagine quantomeno attendibile. Senonché, è necessaria una premessa.
Cosa intendiamo esattamente quando parliamo di “centro”? Si tratta di un ornamento da porre in fregio all’uno o all’altro dei due schieramenti, giusto perché “centro” addolcisce un po’ il tutto e, in qualche modo, almeno presso i cosiddetti ambienti “moderati”, fa tendenza? Vi sono, in effetti, movimenti diretti, da sinistra e da destra, ad attirare dalla propria parte forze minori, che, per quanto appaiano marginali, possono conferire quel punto in più che può decidere la partita, a favore di uno schieramento o dell’ altro, secondo quella logica perversa del “tutto o del nulla” che tendenzialmente vale un regime piuttosto che una democrazia dialettica e matura.
Le forze disponibili – o che addirittura volentieri e generosamente si offrono – a farsi “omologare”, di fatto, dall’uno o dall’ altro dei due schieramenti, sono effettivamente il fatidico “centro” oppure si pongono in scia ad una coalizione di cui rappresentano una sorta di trascinamento? Se poi, a questo punto, i supposti “centri” sono due non succede forse che concettualmente, ma anche di fatto, si elidano a vicenda, vanificando la loro stessa definizione e riportando tutto “quo ante”, cioè, dopo un faticoso giro dell’oca, là da dove si era partiti, secondo la classica, abusata ed esausta postura bipolare?
Il “centro”, se vuole sviluppare un ruolo politico sostanziale, non deve, piuttosto, assumere il carattere di forza autonoma ed indipendente? Una terza forza, ma soprattutto “altra” rispetto al duopolio. Capace, per il fatto stesso di esistere, di mettere in discussione l’impianto di un sistema che, per la sua stessa configurazione, non può che essere fondato su una contrapposizione pregiudiziale di forze che tanto più affermano sé stesse, quanto più sono impermeabili a qualunque reale confronto dialettico con la controparte.
Il punto è che uno schema bipolare può essere efficace in altri contesti, ma è insostenibile, strutturalmente, impraticabile in un Paese ricco, plurale ed articolato, dal punto di vista storico e geografico, culturale, civile e sociale come il nostro, non a caso abitato da visioni politiche fortemente dialettiche. Può darsi – o è già così? – che, batti e ribatti il chiodo, anche l’Italia venga forzosamente compressa dentro la camicia di forza del bipolarismo maggioritario. Ma a quel punto, condotto compiutamente in porto un simile percorso – non è già, in buona misura così? – sarà la effettiva tenuta del nostro ordinamento democratico-istituzionale a soffrirne.
E la democrazia derubricata a mero fatto procedurale. Con la conseguente formazione di aree – fortunatamente, non nel senso violento del termine….almeno per ora – sostanzialmente, in senso tecnico, “extraparlamentari”, cioè di fatto prive di un loro rispecchiamento nell’ intero arco delle forze che siedono a Montecitorio ed a Palazzo Madama. Un astensionismo marcato e persistente non assume già, in un certo qual senso, un carattere del genere? Non è espressione, pur largamente differenziata, di istanze costrette a vivere nel sottobosco di un sistema che non è in grado di riconoscerle?
Detto altrimenti, il “centro” – convenzionalmente chiamiamolo pure così – o è realmente autonomo ed indipendente, sia in termini di schieramento, sia di contenuti programmatici, secondo una linea di nuovo, forte, non addomesticato pensiero politico, oppure non è. Ma su questo si dovrà tornare.
Domenico Galbiati