L’inedita triplice intesa Trump /Putin/ Xi Jinping, per quanto estemporanea, sembra aprire la strada ad un nuovo ordinamento produttivo internazionale, nella logica di una dimensione sovrannazionale del Capitale, che punta soprattutto a realizzare profitti tramite investimenti finanziari a scapito di quelli manifatturieri, che, invece, sono serviti a creare più posti di lavoro.
Questo sotto gli occhi distratti di una sinistra circa i rapporti tra il Capitale e gli interessi effettivi dei lavoratori, ben poco tutelati dalle attuali strategie sindacali. Né una rinnovata lettura ideologica del rapporto tra Capitale e Lavoro appare in grado di modificare gli attuali rapporti di forza.
La dimensione sovrannazionale del capitale è favorita e rafforzata non solo dalla globalizzazione e dalla integrazione dei mercati, ma anche moltissimo dall’evoluzione tecnologica delle telecomunicazioni e dell’informatica, che rende facile tecnicamente la delocalizzazione degli impianti, nonché l’impiego dei lavoratori a bassi salari (i contenitori di manodopera). Tutto ciò gioca a favore della finanza speculativa, sempre più accentrata nelle mani di pochi gestori globali che sanno imporre il loro credo di massimizzare gli utili che non coincide, ovviamente, con l’interesse dei lavoratori. Nel merito, per le élite il modo migliore per fare profitti è avere nei luoghi di produzione dei redditi un sindacato debole; meglio ancora se, insieme ai salari, vengono progressivamente ridotti i diritti sociali.
Inoltre, la politica protezionista dei dazi Usa, da un lato, e, dall’altro, le reazioni della concorrenza, (compresa l’Europa), rafforzano il ruolo delle produzioni ad alto valore aggiunto realizzate da società ad alta intensità di tecnologia; aspetto che richiede elevati investimenti in capitale, mentre il fattore lavoro viene gestito mediante “contenitori” di manodopera a basso valore aggiunto. In questo contesto, soprattutto internazionale, il potere di contrattazione dei sindacati dei lavoratori è debole, così che la redistribuzione dei profitti è fortemente sbilanciata a favore del Capitale il quale beneficia, come detto, della delocalizzazione e dell’impiego dei “contenitori” di manodopera: processo che consente di minimizzare il costo del lavoro, soprattutto esternalizzando efficacemente funzioni aziendali.
Un punto fermo, quindi, nel rapporto capitale/lavoro, è il dinamismo tecnologico ( l’anima del capitalismo) che gioca a favore dei capitalisti, perché indebolisce, come evidenziato, i lavoratori dipendenti con il ricatto della esternalizzazione delle funzioni. Ne consegue che il risultato è il ruolo crescente dell’impresa globale che detta le sue regole di creazione del profitto a favore di una filiera di attori, localizzabili dove è più conveniente.
Il prevalere del capitale sul lavoro si realizza anche nei servizi, dove la domanda di investimenti in infrastrutture è diventata strategica per vincere la concorrenza. Come nel manifatturiero, anche nei servizi il punto fermo per fare profitti diventa la capacità finanziaria di acquisire e sviluppare tecnologia. Quindi, lo sviluppo attuale dei servizi, in particolare in Italia, rafforza l’antitesi tra finanza e tecnologia, (massimizzazione dei profitti), e la debolezza della domanda di lavoro, (minimizzazione del costo del lavoro) a favore del capitale.
Un ulteriore punto fermo, che emerge da questa riflessione, è la debolezza della contrattazione sindacale. A nostro avviso c’è una stretta correlazione tra la libera sovranazionalità del capitale (cioè, tra chi ha il poter di decidere come e dove investire) e l’incapacità dei sindacati e dei partiti riformisti di mediare gli interessi in gioco.
Le ragioni dell’economia, principalmente, non possono negare i diritti sociali. La reazione a ciò è la redazione di un Testo Unico dei diritti del Lavoro, per proseguire con il coinvolgimento dei lavoratori dipendenti negli Organi di governo dell’impresa e/o dell’ente¸ e per finire con la regolamentazione della divisione e distribuzione dei dividendi anche ai dipendenti.
La debolezza del movimento dei lavoratori è manifesta nel sistema produttivo italiano da anni; ed è altrettanto diffuso il malcontento sociale.
La risposta a questa congiuntura politica è stata l’attuazione da parte dei vari governi di una azione a breve periodo; si è valutato che bastasse il sussidio/bonus per far ricuperare al lavoratore il potere reale d’acquisto e per dargli una prospettiva di benessere. Si è creduto di colmare il vuoto di potere dei lavoratori, come si è cercato di evidenziare nei punti precedentemente trattati, con una politica congiunturale consistita, sostanzialmente, nell’erogazione “ a pioggia” di bonus; politica che, in altri termini, non ha favorito un cambiamento strutturale della redistribuzione della ricchezza prodotta negli ultimi decenni, secondo principi di equità sociale. Di tutto ciò, sono ben consapevoli sia i partiti che i sindacati, che si limitano a gestire la domanda elettorale di elargizioni monetarie. In realtà, siamo di fronte ad una delega alle Istituzioni internazionali, come, ad esempio, alla BCE (Banca Centrale Europea ) il governo della moneta ovvero la politica industriale alla Commissione UE, come nel caso dei dazi Usa.
In tale modo, i lavoratori sono, dunque, destinati ad essere i meri esecutori di processi produttivi e finanziari, i cui veri beneficiari, in termini di profitti, sono élite sempre più internazionali. La tecnologia e il nuovo ordinamento internazionale non sono dalla parte dei lavoratori, come abbiamo visto.
Potrebbe esserlo, invece, una prospettiva di contrattazione a livello locale. Significherebbe realizzare il coinvolgimento dei protagonisti territoriali dei processi di accumulazione per una contrattazione che riguarderebbe non solo i salari, ma anche gli investimenti finalizzati al benessere sociale del territorio, La proposta è di operare dove inizia il processo di capitalizzazione e dove avviene la prima ripartizione dei redditi . Così, il confronto/ dialogo tra capitalisti manifatturieri e finanziari da un lato, e i lavoratori dall’altro viene allargato alla Comunità ,protagonista , anch’essa, della formazione della ricchezza locale. Il fine è che tutte le forze economiche del territorio destinino parte dei profitti al bene comune, limitando gli egoismi delle élite globali. Questo protagonismo locale plurisoggettivo non elimina la conflittualità, che è parte essenziale della democrazia, mentre può essere un’energia creativa di una nuova coesione sociale.
Incidere sulla catena di formazione e di impiego dei profitti può contribuire, in misura significativa, a rimodellare il modello di sviluppo secondo principi di “ economia popolare”. Si opera con l’obiettivo di incidere sulla logica del profitto per il profitto, perseguita dall’impresa speculativa; logica che favorisce una redistribuzione del reddito nettamente a favore del capitale. A questo fine, è utile, quindi, passare da una prospettiva bipolare (Stato/mercato) ad una tripolare ( Stato-Comunità-mercato), che abbia al centro il valore della socialità, che abilita la Comunità alla mediazione degli interessi.
E’, in queste prospettive, che va operata la revisione della concertazione sindacale.
Roberto Pertile