E’ una cattiva idea quella avanzata da Giuseppe Conte, diretta a denominare “Alleanza per la Costituzione” il cosiddetto “campo largo” o aperto, chiuso o socchiuso che sia, in vista della prossima consultazione elettorale.
Nessuno può sequestrare la Costituzione ed intestarsela per farne l’emblema di uno scontro politico frontale.
La Costituzione è di tutti. Della comunità nazionale e di ciascun italiano, nella sua singolarità. Appartiene anche a chi non la ama e vorrebbe scrollarsene dalle spalle profili intoccabili, cominciando dalla centralità del Parlamento e dalla natura democratica e rappresentativa del nostro ordinamento istituzionale. Appartiene a tutti ed a ciascuno perché la Legge Fondamentale della Repubblica non è una convenzione qualunque, ma un patto di coesione e di solidarietà vissuto, sofferto, scritto ed incarnato nella storia viva del nostro Paese. Per questo abbiamo il diritto di pretenderne il rispetto e l’osservanza anche da parte di chi non si riconosce nel processo storico da cui è nata o addirittura lo ha vissuto dall’ altra parte.
La Costituzione non è proprietà ideale della sinistra e tanto meno dello sguaiato populismo da cui è nato il Movimento che oggi Conte capeggia. Appartiene al “popolo” italiano. Porta a sintesi ed a compimento valori umani e civili maturati nella storia millenaria della nostra gente, che ne ha progressivamente distillato il senso compiuto del nostro vivere assieme. Chi immaginasse di avocarla univocamente a sé rischierebbe, coinvolgendola nella quotidianità dello scontro politico, di offrire il destro a chi la vorrebbe manomettere, fino lacerarla, compromettendone l’unitarietà.
Se accettassimo questa china scivolosa ci troveremmo presto a vivisezionarla, cioè a decostruirla, articolo per articolo, disputando l’appartenenza prevalente di ciascuno a questo o all’ altro indirizzo culturale e politico. Ci inoltreremmo su un cammino esattamente antitetico al grande sforzo di composizione unitaria di cui si sono fatti carico i padri costituenti.
La Costituzione si tiene tutta, da cima a fondo e vive di questa coerenza interna. E’, piuttosto, tuttora un compito, una visione ed un progetto da commisurare alle sfide epocali del nostro tempo, capace di sostenerne il peso, anzitutto sul piano dei principi che ne reggono l’architettura complessiva. Se poi – sulla scorta dell’ammonimento andreottiano secondo cui a pensar male si fa peccato, ma si indovina – dovessimo ritenere che il “campo largo” cerca la ruota del referendum sulla giustizia, sperando che gli tiri la volata per provare a vincere la corsa sul filo di lana, vorrebbe dire che siamo caduti ad un livello addirittura puerile. E tutto ciò attesterebbe una pericolosa caduta di qualità della cultura politica del Paese e, soprattutto, della classe dirigente che se ne fa interprete.
Domenico Galbiati