Elon Musk ha perso circa 165 miliardi di dollari  da novembre 2021 a dicembre 2022. I conti li ha fatti il Guinness World Records sulla base dei dati di Forbes, ma le perdite di quello che è stato l’uomo più ricco del mondo potrebbero essere persino maggiori. Chi si commuove facilmente per questi personaggi che spesso, troppo spesso, sono messi in cima alla scala dei valori di una parte dell’immaginario collettivo aspetti a cercare il fazzoletto per asciugare le lacrime. Musk è solo diventato il secondo uomo più ricco del mondo visto che con quel che gli resta, un patrimonio di 178 miliardi di dollari, è scivolato dietro a Bernard Arnault che di miliardi ne ha 188.

Per avere un’idea delle perdite di Misk, immediatamente alla nostra portata, basti dire che la Legge di Bilancio appena varata dal Governo Meloni ha destinato circa un centesimo di quella somma, 1,4 miliardi di euro,  all’incremento dei fondi sanitari al fine di contenere gli aumenti del settore derivanti dalla crescita del costo dei carburanti; è pari a otto volte la somma stanziata per l’intera Italia per rispondere al caro bollette; è 622 volte, circa, lo stanziamento a favore delle società di calcio italiane, inopinatamente deciso dal Governo Meloni.

La sua Tesla ha prodotto meno vetture del previsto e il mercato finanziario non ha gradito come Musk ha gestito l’acquisizione di Twitter.

Ma il problema non sono solamente le cause del fenomeno, bensì il fenomeno in sé che costituisce l’altra faccia, insomma, del sistema economico e culturale di cui spesso ci beiamo noi occidentali, e di cui fa un’esplicita esaltazione una buona parte della classe politica e della cultura corrente, e che, invece, gronda di gravissimi e pericolosissimi squilibri di cui cominciano a pagarne le spese fasce sempre più larghe della società.

E molto si deve alla cosiddetta finanziarizzazione dell’economia, di cui parliamo tutti da tempo, ma senza che nascano un’azione davvero incisiva da parte delle autorità politiche e di una presa di coscienza della pubblica opinione. Perché qualcuno, alla fine, il conto lo paga e non è escluso che anche nel caso dell’impero di Musk, giunga a pagarlo quella “economia reale” fatta di lavoratrici e lavoratori che si trovano  senza lavoro e senza salario a causa sua.

Si fatica sempre a parlare della tassazione degli extraprofitti, questione tornata più che d’attualità per ciò cui assistiamo nel settore dell’energia, ma che finisce per coinvolgere anche quelli dei trasporti e dei costi delle materie prime, incluso i prodotti alimentari. Perché i grandi capitali di dimensione internazionale finiscono sempre per scivolare tra le maglie troppo larghe che nel corso degli anni sono state dilatate dalla mancanza di una forte guida politica che non può non riguardare un ambito più largo di quello dei singoli stati nazionali.

Anche noi cittadini, consumatori, acquirenti ed utenti dovremmo imparare a guardare oltre il naso e ad essere sempre meno partecipi del “marcio che c’è in Danimarca”, ma non solo. Un impegno politico con la “P” maiuscola potrebbe servire anche a questo, mentre spesso, invece, ci si lascia prendere dall’astrazione della pre-politica o, addirittura, dal disinteresse.

Alessandro Di Severo