C’era una volta Achille Lauro. E c’è ancora, verrebbe da dire dopo avere ascoltato il discorso che Donald Trump ha pronunciato ieri davanti ai repubblicani riuniti a Dallas.

Lauro, nella Napoli poverissima del dopoguerra, aveva trovato una regola elementare della politica: trasformare il voto in uno scambio. La storia racconta che agli elettori regalasse una scarpa prima delle elezioni, promettendo l’altra dopo il voto, se fosse stato eletto. Una scarpa oggi, l’altra domani. Il voto diventava così un contratto: io do a te, tu dai a me.

Donald Trump ha promesso 5.000 dollari a ogni cittadino adulto americano se i repubblicani conserveranno il controllo della Camera e del Senato nelle elezioni di midterm di novembre. Lo ha chiamato «dividendo Trump», spiegando che il denaro dovrebbe essere speso negli Stati Uniti. Non ha però spiegato come dovrebbe essere finanziato, mentre una misura di questo genere potrebbe costare oltre mille miliardi di dollari. E allora viene spontaneo chiedersi: che cosa è cambiato, in fondo, da Achille Lauro a Donald Trump? E che cosa dobbiamo pensare oggi, nell’America che si considera non soltanto la più grande potenza militare ed economica del mondo, ma anche un modello di democrazia e, almeno nelle intenzioni, un faro morale per il resto del pianeta?

Se il grande populismo americano arriva a presentare il voto come il passaggio necessario per ottenere un assegno di 5.000 dollari, allora qualche domanda sul fallimento della politica bisognerà pur farsela. Soprattutto perché Trump dice di avere già rifatto grande l’America. Nel suo stesso discorso ha presentato i suoi quasi due anni alla Casa Bianca come una straordinaria storia di successi. Ma se davvero tutto è andato così bene, perché allora bisogna tornare all’antichissima politica del regalo elettorale per convincere gli americani a confermare la maggioranza repubblicana?

La contraddizione è evidente. E riguarda anche quell’elettorato impoverito, inquieto, spaventato dal futuro, che ha sostenuto Trump proprio perché gli prometteva un’America nuovamente grande, ricca e sicura. Dopo tante promesse, la risposta arriva sotto forma di un assegno: 5.000 dollari, purché vincano i repubblicani.

 E la stessa idea dello scambio, curiosamente, compare anche nell’altra parte della politica di Trump, quella che riguarda l’Iran. Ieri Trump ha detto che la guerra finirà «immediatamente dopo» le elezioni di midterm e ha sostenuto che gli iraniani starebbero aspettando proprio quel momento per ottenere un ambiente politico americano più favorevole.

Trump sembra dunque ragionare così: gli iraniani non vogliono fare la pace prima delle elezioni perché pensano di poter ottenere di più dopo. Ma perché dovrebbe essere una cosa così incomprensibile? Gli iraniani, da tempo, stanno dicendo esattamente questo: non faranno la pace senza ottenere qualcosa in cambio. E, soprattutto, hanno detto di non fidarsi né di Trump né di Israele.

E Teheran potrebbe avere imparato qualcosa dalla propria storia. Basta tornare al 1979-1981, quando gli studenti iraniani sequestrarono gli ostaggi nell’ambasciata americana di Teheran. La crisi durò 444 giorni e contribuì pesantemente alla sconfitta elettorale di Jimmy Carter nelle elezioni presidenziali del 1980. Gli accordi per liberare gli ostaggi furono conclusi il 19 gennaio 1981. Il giorno dopo, pochi minuti dopo il giuramento di Ronald Reagan, i 52 americani furono finalmente liberati. La coincidenza temporale fu impressionante: Carter non riuscì a portare a casa gli ostaggi durante la sua presidenza; Reagan li vide tornare liberi praticamente nel momento stesso in cui entrava alla Casa Bianca.

Non è necessario sposare le teorie dell’«October Surprise» — secondo cui vi sarebbe stato addirittura un accordo segreto tra gli ambienti della campagna Reagan-Bush e gli iraniani per ritardare la liberazione degli ostaggi — per riconoscere una lezione politica molto più semplice: anche Teheran aveva capito che il tempo, in politica, può diventare una forma di potere. E che aspettare il momento giusto può consentire di ottenere qualcosa in più.

Oggi Trump rischia dunque di trovarsi dall’altra parte dello stesso gioco che sembra conoscere così bene.

E’ forse  proprio questo il paradosso di Donald Trump: dopo avere trasformato la politica americana in una gigantesca trattativa permanente, si stupisce che anche gli altri facciano la stessa cosa.

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