Che  peccato che i nostri politici non seguano il Tour de France. In questa edizione in particolare, giunta proprio oggi alla conclusione parigina, avrebbero potuto vedere cosa significa davvero essere campioni, leader e grandi uomini al tempo stesso. Avrebbero ammirato lo spirito di gruppo, la signorilità e come si rispetta l’avversario e, con questo facendo, scoprire la forza delle relazioni umane e tutta la nobiltà che deriva dall’essere nobile d’animo e di sentimenti, o almeno cercare di esserlo. E così esaltare il senso della vita e della propria umanità. E parliamo di giovani, tra di loro stranieri, per forza di cose immersi nella competizione fino all’ultimo spasimo.

Noi, invece, guardando all’accaduto degli ultimi giorni, contempliamo le macerie, anche umane, della nostra politica. E si é costretti a porci il problema del futuro, nostro e, soprattutto, dei nostri figli e nipoti, come mai accaduto prima e per colpa di chi dice di essere leader, ma é solo capopopolo o capobastone. Non vediamo, a differenza di ciò che accade alla Grande Boucle alcuna attenzione allo spirito di gruppo che, per quanto riguarda la cosa pubblica, significa ricercare il bene della nostra Nazione e dei tanti popoli che la compongono dalle Alpi in giù

Preoccupa che nei giorni successivi al grande tradimento consumato alle spalle  di quel Mario Draghi di cui con orgoglio, e ripetutamente, in molti rivendicavano  la paternità dell’arrivo a Palazzo Chigi, si provi già a dimenticare le ripercussioni di un gesto che avrà gravi conseguenze per il Paese. Sanno solamente già accapigliarsi di chi andrà a Palazzo Chigi a nome di tutta una coalizione che, pero’ non ha ancora vinto, mentre quelli dell’altra parte si preoccupano i creare campi e campetti. Preoccupa venire a sapere che anche altri hanno trattato la vicenda Draghi senza capire che i giochi di corridoio, come quello diretto a creare un “Conte ter” con la faccia di Draghi era un idea astrusa e improponibile. Insomma, ancora una volta abbiamo avuto la dimostrazione di aver affidato la guida del Paese a gente lontana dalla dimensione vera della situazione che richiede linearità, realismo ed essenzialità nell’azione di governo e della politica. Preoccupa sentire Matteo Salvini dirsi già al lavoro per formare la futura squadra di governo. Non dimentichiamo quel Papete da cui parti’ per bastonare, ma egli  usci’ dal Senato bastonato. Preoccupa ascoltare Giorgia Meloni  dirsi pronta a governare. Sa davvero di quel che parla? Bruxelles e le cancellerie del resto del mondo non sono la Garbatella, e neppure l’intera Roma, e gestire le cose di questa Italia non é il raffazzonare quattro retoriche cose sui patrioti e sulla Repubblica presidenziale o parlare, come fa lei, contro gli immigrati, quando essi rappresentano solamente la piccolissima sommità di un fenomeno globale. E al tempo stesso, dirsi alfiera di un cristianesimo in cui moltissimi cristiani non si ritrovano affatto, anche perché vi annusano quel Patria, Dio e moschetto che sappiamo dove c’ha portato a finire. Così come non si ritrovano in un Salvini che se non bacia più il rosario, comunque, dimentica che Cristo ci chiede non di dire Signore Signore, ma di creare solidarietà e superare ogni egoismo: quello che nella dimensione pubblica richiama le cause delle disuguaglianze sociali e geografiche.

Vi sono insomma ragioni a sufficienza per rimpiangere la ritrosia con cui Mario Draghi,  ingoiando tanti rospi, decise di ripresentarsi in Parlamento la settimana scorsa nonostante tutto.

In mezzo alle macerie, Berlusconi e Salvini non hanno neppure il coraggio di assumersi le loro responsabilità e continuano con la litania delle colpe dei 5 Stelle. Certo, evidenti! Ma i voti restavano a sufficienza per impedire l’interruzione dell’unico processo di ripresa possibile per il Paese nella situazione data. Taluni provvedimenti adottati dal Governo Draghi, o taluni mancati, magari quelli più incisivi per far crescere l’occupazione, per contrastare l’allargamento delle povertà, a favore del ceto medio e delle famiglie, hanno sicuramente fatto emergere delle perplessità. Ma non puo’ mai sfuggire che un Governo va valutato in una visione generale, per il tasso possibile che è in grado di assicurare in termini di sostenibilità complessiva del quadro socio economico e della risposta concretamente e realisticamente possibile alle criticità determinate dal quadro internazionale ed interno.

E tutto questo sulla base della constatazione delle condizioni in cui è piombato il sistema politico-istituzionale al momento dell’insediamento del Governo Draghi a Palazzo Chigi. Un sistema completamente in stato comatoso. Così viene istintivo chiedersi se l’operazione contro Draghi non rappresenti proprio un tentativo estremo di autodifesa da parte di partiti e personaggi posti alla guida del paese solo grazie a leggi elettorali inique e alla mancata introduzione di adeguate norme dirette a regolare la vita dei partiti e la loro incombenza sulla cosa pubblica.

È davvero puerile e pericoloso pensare che il sostegno che noi italiani stiamo ricevendo attraverso i fondi del PNRR siano cosa su cui si possa contare indipendentemente dalle scelte di chi sta a Palazzo Chigi, e della maggioranza che lo sostiene, senza offrire le più ampie garanzie sulla gestione delle cose e assicurando che non si continui a seguire le dinamiche indotte dalla logica del clientelismo, dell’inefficienza e dei tanti interessi parcellizzati che potrebbero finire per far deragliare il processo di ripresa e resilienza.

Adesso, invece, non sfugge affatto che quel processo è da considerarsi per un lungo tempo, almeno, interrotto. Bloccati  altri provvedimenti e applicazioni delle direttive europee, come quella sul salario minimo, destinate a delineare, in via generale, una via di riforme che il Paese deve comunque affrontare. Si é già entrati in una fase di estrema contrapposizione che non farà bene soprattutto alle tasche degli italiani verso cui già ci si protende con insinuanti promesse, magari quella di aumentare le pensioni fino a mille euro al mese senza spiegare dove si potrebbero trovare le risorse.

Si parla di creare un’area da costruire attorno alla cosiddetta “agenda” Draghi la cui paternità forse sarebbe il caso di attribuire a Sergio Mattarella. Ma quest’area va costruita se efficienza e solidarismo si sposano d­avvero, frutto magari di una convergenza politica di gente che, pur proveniente da storie diverse, va oltre la mentalità bipolare degli ultimi decenni e supera, con il populismo, anche il personalismo.

Giancarlo Infante