Tutti, adesso, scoprono la crisi della Politica. Tutti scoprono la via del “Centro”. Persino Luigi Di Maio definisce il Movimento dei 5 Stelle una realtà moderata e liberale, sollecitandoci un naturale e spontaneo sorriso di compassione ( CLICCA QUI ). Che fosse così, ce n’eravamo accorti pochino finora, ma forse è stata colpa nostra.

Matteo Salvini ce lo ritroviamo europeista. C’ha messo del tempo a cambiare rotta e in un modo che rende la “conversione” del tutto poco credibile. Non l’ha fatto quando doveva, cioè all’indomani delle elezioni europee che hanno segnato una netta sconfitta per quell’idea di “sovranismo” che costituisce l’essenza del capo della Lega. Un’idea che ce l’ha fatto trovare sempre contro l’Europa e in grande sintonia con Vladimir Putin.

Tutti parlano di un “centro” che, declamato come viene declamato, vuole dire tutto e niente al tempo stesso. In molti casi, è postura strumentale e vuota di contenuti. E’ come il prezzemolo che serve a guarnire tante pietanze tra di loro molto diverse. Se ne parla nelle interviste ai giornali e si dice in televisione sapendo che, poi, in un quadro di spappolamento della politica, della società e del sistema della comunicazione puoi sempre dire quel che ti pare per, poi, praticare altro. A differenza di quanto accade negli altri paesi di democrazia avanzata, la nostra pubblica opinione non è purtroppo adeguatamente vaccinata contro gli opportunismi. Non lo è neppure quella parte di essa che si dice cattolica che, quindi, a maggior ragione, lo dovrebbe essere.

Noi da tempo parliamo d’altro perché vogliamo avviare un’iniziativa politica ispirata cristianamente. Il che significa il riferimento a un’idealità di pensiero e, assieme, la consapevolezza che si tratta di trasferire, in ogni momento storico preciso, quel pensiero in capacità progettuale diretta soprattutto ad affrontare ciò che concerne la Persona, la famiglia e tutto quell’organizzarsi naturale intermedio che articola e arricchisce la società.

Il “nuovo” partito che abbiamo in mente può venire solamente dal convergere di quanti vogliono dare vita a un progetto autonomo, in alternativa a tutto il sistema politico nazionale. Dimostrando una carica di novità che non può prescindere dal presentarsi con facce nuove e sulla base di una definitiva scelta per la legalità e la partecipazione dal basso. Essere autonomi, in ogni caso, non vuole dire sottrarsi alla necessità di partecipare alla dialettica con le altre forze organizzate rappresentanti parti vive e vitali della Nazione. Si tratta di precisare e rendere credibile la propria specificità, da coltivare e rafforzare quotidianamente, per meglio essere parte del confronto in quanto il problema da approfondire non è quello del “se”, bensì del “come”.

Lo stesso ragionamento non può che riguardare anche quella convergenza da realizzare pure tra le componenti del mondo cattolico. Questo non può rimanere diviso tra i cattolici del sociale e quelli della morale, tra quanti ispirati cristianamente si sono polverizzati nel centrodestra o nel centrosinistra, ma neppure aspirare ad una indistinta “unità politica dei cristiani” che non è mai esistita e che non mette nel conto di quanto il pluralismo politico abbia permeato la nostra realtà.

E’ indispensabile precisare, proprio ora che siamo ai primi passi, contenuti e metodi su talune questioni che riguardano: le risposte ai principali problemi del Paese e dell’Europa, su cui è oggettivamente possibile allargare, e di molto, le forze disponibili, andando oltre il mondo cattolico; l’abbandono di vecchie pratiche fatte anche di intrighi, di tatticismi e dell’idea che “infilandosi” in raggruppamenti organizzati da altri se ne possa trarre qualche vantaggio; la ricerca a tutti costi  di una gratificazione elettorale da raggiungere a qualunque prezzo, pensando anche ad alleanze poco credibili non supportate da un autentico processo di rigenerazione;  la necessità di superare le vecchie categorie mentali del passato fortemente condizionate dalla logica del bipolarismo.

Soprattutto, è indispensabile presentarsi con facce nuove non logorate nel corso della lunga stagione che sta volgendo al termine. Le facce nuove non stanno purtroppo in quel reticolo di gruppi, gruppetti e partitini che configurano oggi il limitatissimo andamento orografico dei cattolici in politica.

L’abbiamo detto tante volte: lasciamo ad altri la pratica della rottamazione. Al tempo stesso, ribadiamo che non siamo qui per assicurare a sbiadite, vecchie e controverse immagini una riverniciatura che assicuri loro il ritorno o, finalmente, il loro ingresso in Parlamento. Mentre, è certamente condivisa l’idea di creare una casa comune in cui anche chi si è speso in un impegno in politica o un’intera vita in altre esperienze aggregative può comunque portare il proprio contributo con generosità e con un autentico spirito di servizio il quale, però, in taluni casi, potrebbe richiedere che non si stia proprio in prima fila, proprio a conferma della generosità e dello spirito di servizio declamati.

Insomma, non c’è preclusione alcuna se la partecipazione al nostro progetto è impostata secondo i tre principi che ci sembrano oggettivamente necessari: autonomia, capacità programmatica, lasciare spazio all’emergere di una nuova classe dirigente.

Chi è interessato a un certo percorso deve capire molto bene che, se non c’è condivisione di questi presupposti, niente obbliga a stare insieme e, per quanto ci riguarda, non ci staremo insieme. Perché non c’interessa un’unità fittizia, giustificata solamente da un’idea di potere.

Siamo immersi in un progetto nato sulla base della consapevolezza che il Paese ha bisogno di una rigenerazione culturale e di quel processo di trasformazione politico ed istituzionale che giustifica l’esistenza di un “nuovo” partito di cui, altrimenti, non sapremmo che farcene e, con noi, chi lo dovrebbe votare.

Giancarlo Infante