All’amico Brundisini, che nel suo ultimo articolo su Politica Insieme (CLICCA QUI) ci ripropone la tesi sempre ripetuta da Putin e Lavrov che la colpa della guerra ucraina è della Nato e che di questo bisogna tenere conto per raggiungere la pace, non dirò che è un “putiniano” (semmai un “cattivo putiniano” perché non presta sufficiente attenzione a quello che Putin dice e fa), ma semplicemente che la sua analisi è sbagliata perché trascura alcuni elementi di fondamentale importanza di questa terribile guerra.

L’aggressione russa alla Ucraina (paese indipendente e sovrano), prima in forma parziale e dissimulata nel 2014 con l’annessione della Crimea e del Donbass, poi in forma aperta e brutale nel 2022 con l’attacco diretto a Kiev per abbatterne il regime rimane quella sì il vero ostacolo ad una pace in Europa. E non bastano certo a condonnarla le tanto spesso menzionate esercitazioni militari della Nato alle quali hanno fatto regolarmente da parallelo le esercitazioni Zapad (Occidente) della Russia ripetutesi con cadenza regolare fino a quelle massicce del 2021 che sono state la preparazione diretta dell’invasione.

Quanto all’allargamento della Nato in Europa, richiesta liberamente dai paesi affrancatisi dal giogo sovietico, il timore di questi paesi di ricadere sotto la pressione del più grande vicino ne è stata la ragione più chiara  non una qualche volontà di aggressione al territorio russo.

Se non vogliamo essere ciechi dobbiamo riconoscere che l’azione promossa da Putin nel tempo, come lui stesso ha dichiarato a più riprese e con sufficiente chiarezza, si iscrive nella logica imperiale russa che ritorna sotto diversi regimi e che (a Est come ad Ovest) si basa sul controllo territoriale esercitato in forme centralistiche da Mosca. Dopo che l’impero ha perso pezzi per il suo indebolimento interno (vedi guerra civile del 1917-20, seconda guerra mondiale o collasso dell’Unione Sovietica nel 1989) il recupero è stato l’obiettivo di una parte, risultata prevalente, della dirigenza politica russa.

Putin (con il suo rimpianto del crollo dell’Unione Sovietica e con la sua negazione ripetuta ancora quest’anno il 20 giugno davanti al forum economico di San Pietroburgo dell’esistenza autonoma del popolo ucraino – “il popolo russo e quello ucraino sono un popolo solo e quindi in principio tutta l’Ucraina è nostra”) ne è l’ultimo esempio. Ma questo modello coercitivo e centralistico, per di più guidato da un paese certo grande come la Russia, ma sotto molti aspetti arretrato, non risulta attraente rispetto ai modelli di libera scelta e consociativi dell’Unione Europea e anche della Nato (o a rapporti più aperti e multilaterali come cercano di sperimentare oggi paesi quali il Kazakistan, l’Armenia o l’Azerbaijan) e genera forti resistenze nelle opinion pubbliche dei paesi che se ne sono liberati.

Il tentativo insieme criminale, ma alla prova dei fatti anche fortemente mal calcolato di Putin di fare un forte passo avanti nel disegno di ristabilire l’egemonia russa assoggettando il “boccone” più grosso, cioè l’Ucraina (e mandando quindi un segnale agli altri stati ex-sovietici anche giocando sulle minoranze russofone presenti in molti di questi come effetto delle passate espansioni imperiali), non può costituire la base di un vero assetto pacifico per una Europa che rispetti le libere scelte delle nazioni e risolva in forme pacifiche e cooperative i conflitti.

Fermare la spinta di Putin (pur accettando de facto significative perdite territoriali come l’Ucraina appare disposta a fare ma in presenza di forti garanzie di sicurezza) non è dunque la scelta di folli guerrafondai, ma una dura necessità per chi vuole lavorare per la pace in Europa. Ed è opportuno ripeterlo ancora una volta, il bene della Russia, che sta pagando per le scelte di Putin un tributo terribile di perdite umane, soprattutto nelle sue componenti più marginali letteralmente comprate per andare a morire sul fronte (mentre la gioventù di Mosca e San Pietroburgo festeggia con i guadagni dell’apparato civile-militare), non sta nel revanscismo imperiale, ma nella conversione ad un diverso modello civile e cooperativo che nella storia del paese è parso possibile in altri momenti, ma è stato finora soffocato.

In questa direzione l’Unione Europea dovrebbe certamente farsi avanti con proposte audaci e creative ma lo potrà fare efficacemente se non allenterà la fermezza nella resistenza.

Come giustamente ci richiede Brundisini tutto questo non deve certo significare dimenticare gli orrori inumani che avvengono a Gaza e di cui si macchia il Governo israeliano e che richiedono anche essi una ben altra fermezza dell’Europa.

Quanto alla sua chiusa finale di essere un cristiano ahimè non basta a capire questa situazione

Maurizio Cotta 

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