Per oltre quarant’anni la crescita cinese è apparsa come un fenomeno inarrestabile. Fabbriche gigantesche, città sorte dal nulla, infrastrutture colossali, esportazioni in continua espansione: la Repubblica Popolare è stata il simbolo più potente della globalizzazione contemporanea. Milioni di persone sono uscite dalla povertà, la classe media si è allargata e la Cina è diventata la seconda economia del pianeta, contendendo agli Stati Uniti il primato tecnologico e geopolitico.
Oggi, però, quel modello mostra crepe sempre più evidenti. La Cina non è entrata in recessione, né si trova vicina a un collasso, come talvolta sostiene una certa propaganda occidentale. Ma sta attraversando una fase di rallentamento strutturale che preoccupa sia il Partito Comunista sia i mercati internazionali. Per la prima volta dagli anni delle riforme di Deng Xiaoping, Pechino deve confrontarsi con un problema nuovo: la difficoltà di continuare a crescere ai ritmi che avevano sostenuto il suo miracolo economico.
Le difficoltà cinesi sono insieme interne ed esterne. Riguardano il modello di sviluppo del Paese, la fiducia dei consumatori, la crisi immobiliare, il debito, ma anche il deterioramento dei rapporti commerciali con l’Occidente e la crescente frammentazione dell’economia globale.
Il primo nodo riguarda proprio il modello economico su cui la Cina ha costruito la sua ascesa. Per decenni la crescita è stata trainata da tre grandi motori: investimenti pubblici, esportazioni e settore immobiliare. Questo sistema ha funzionato straordinariamente bene nella fase di industrializzazione accelerata, ma oggi arranca e mostra limiti sempre più evidenti.
Il settore immobiliare, in particolare, rappresenta il problema più grave. Per anni cemento,acciaio e mattone è stato il grande moltiplicatore della crescita cinese. Intere città sono state costruite a velocità impressionante; milioni di famiglie hanno investito i propri risparmi negli appartamenti; i governi locali hanno finanziato il proprio sviluppo attraverso la vendita dei terreni. Ma quella gigantesca espansione ha prodotto anche una bolla speculativa enorme.
Colossi immobiliari come Evergrande o Country Garden si sono ritrovati sommersi dai debiti, incapaci di sostenere il peso finanziario accumulato durante gli anni dell’espansione illimitata. Mentre la seconda prosegue nel suo crollo, la prima è collassata sotto un debito di oltre 300 miliardi di dollari ed è stata ufficialmente espulso dalla Borsa di Hong Kong lo scorso anno dopo 18 mesi di sospensione, a seguito della liquidazione coatta ordinata dai tribunali. Attualmente, i liquidatori stanno perseguendo cause miliardarie contro revisori come la PriceWaterHouse per le gravi irregolarità contabili scoperte. Migliaia di cantieri si sono fermati, molte famiglie hanno visto diminuire il valore delle proprie case e la fiducia dei consumatori si è indebolita.
Per la Cina questo è un problema non soltanto economico, ma sociale e politico. La casa rappresentava infatti il principale strumento di accumulazione della ricchezza familiare. Se il mercato immobiliare rallenta, rallenta anche la percezione di benessere della popolazione urbana.
A questo si aggiunge un secondo fattore: la debolezza dei consumi interni. A differenza delle economie occidentali, la Cina continua a dipendere più dalla produzione che dalla domanda domestica. Le famiglie cinesi tendono a risparmiare molto, anche per la limitata protezione sociale e per l’incertezza sul futuro. Dopo la pandemia questa prudenza è aumentata. Molti cittadini spendono meno, temendo disoccupazione, riduzione dei salari o difficoltà economiche.
La disoccupazione giovanile, soprattutto nelle grandi città, è diventata uno dei segnali più inquietanti del rallentamento. Per anni la promessa implicita del Partito Comunista era semplice: studio, lavoro, miglioramento delle condizioni di vita. Oggi molti giovani laureati faticano invece a trovare occupazioni adeguate alle proprie aspettative.
È una trasformazione delicata per un sistema politico che ha fondato gran parte della propria legittimità sulla crescita economica continua e la soddisfazione delle aspettative della sua cittadinanza.
A pesare sempre di più anche la demografia: la Cina sta invecchiando rapidamente e dopo decenni di politica del figlio unico, il numero delle nascite è crollato e la popolazione in età lavorativa diminuisce. Questo significa meno forza lavoro, maggiori costi sociali e minore dinamismo economico. Il Paese che per decenni è stato la grande fabbrica giovane del mondo rischia ora di diventare vecchio prima di essere diventato davvero ricco come le economie occidentali avanzate.
Ma le difficoltà della Cina non dipendono soltanto da fattori interni. Anche il commercio internazionale, che aveva alimentato il suo decollo industriale, sta entrando in una fase molto più complessa. Per anni l’economia globale ha funzionato secondo una logica relativamente semplice: la Cina produceva a basso costo e l’Occidente consumava. Questo equilibrio ha favorito una crescita straordinaria delle esportazioni cinesi. Oggi però quel modello è sotto pressione.
Le tensioni con gli Stati Uniti rappresentano il cambiamento più importante. Washington considera ormai Pechino non solo un concorrente commerciale, ma un rivale strategico. Da qui sono nate guerre tariffarie, restrizioni tecnologiche, controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati e tentativi di ridurre la dipendenza occidentale dalle filiere cinesi.
Il settore tecnologico è diventato il vero campo di battaglia. Gli Stati Uniti cercano di limitare l’accesso cinese alle tecnologie più sofisticate, soprattutto nei semiconduttori e nell’intelligenza artificiale. Per la Cina questo rappresenta una sfida enorme: il Paese eccelle nella produzione manifatturiera, ma dipende ancora dall’estero per alcune componenti tecnologiche cruciali.
Anche l’Europa, pur con maggiore prudenza, sta progressivamente riducendo la propria esposizione strategica verso Pechino. Il concetto di “de-risking”, cioè la riduzione dei rischi economici legati alla dipendenza dalla Cina, è ormai diventato centrale nel dibattito europeo.
Molte aziende internazionali stanno diversificando le proprie catene produttive verso Vietnam, India, Indonesia o Messico. Non significa abbandonare la Cina, che resta un mercato gigantesco e una potenza industriale irrinunciabile, ma ridurre l’eccessiva concentrazione produttiva in un solo Paese.
Per Pechino questo processo è particolarmente insidioso. La Cina non perde improvvisamente il proprio ruolo globale, ma vede indebolirsi quella centralità assoluta conquistata durante l’epoca della globalizzazione trionfante. Anche le esportazioni soffrono il rallentamento dell’economia mondiale. La domanda occidentale è meno forte rispetto al passato e molte economie affrontano inflazione, debiti elevati e crescita debole. Di conseguenza le fabbriche cinesi vendono meno all’estero.
Xi Jinping cerca di rispondere a queste difficoltà con una strategia doppia. Da un lato punta sull’autosufficienza tecnologica, investendo enormemente in innovazione, intelligenza artificiale, energie rinnovabili e industria avanzata. Dall’altro tenta di rafforzare il ruolo geopolitico della Cina attraverso la Belt and Road Initiative e nuove alleanze commerciali con Asia, Africa e Medio Oriente.
La leadership cinese vuole trasformare il Paese da semplice “fabbrica del mondo” a grande potenza tecnologica autonoma. La transizione però non è semplice: il modello che aveva garantito crescita rapidissima non può più essere replicato nelle stesse forme. La Cina è entrata in una nuova fase storica: meno espansiva, più complessa, più vulnerabile. Eppure sarebbe un errore interpretare queste difficoltà come il declino imminente della potenza cinese. La Repubblica Popolare conserva enormi risorse: una base industriale gigantesca, capacità tecnologiche in crescita, controllo politico centralizzato e una straordinaria capacità di pianificazione strategica.
Il vero problema, piuttosto, è capire se la Cina riuscirà a trasformare il proprio modello economico senza compromettere la stabilità sociale e politica che ha sostenuto la sua ascesa. Il tempo della crescita facile sembra ormai finito e il gigante asiatico deve ora affrontare la prova più difficile della sua storia recente: imparare a convivere con la normalità economica dopo decenni di eccezionalità.
Resta un’altra importante considerazione che però ha poco a che fare con l’economia. Il presidente Xi Jinping oggi e chi ne prenderà il posto domani, dovrà confrontarsi con un tema centrale: quello della libertà. Può esserci o non esserci, esser vera o finta, più grande o meno grande, ma se esiste è un insieme di diritti politici.
Se è indiscutibile che per un periodo uno Stato può anche fare a meno della libertà, ma mai dell’autorità, è ancor più vero che gli sarà sempre molto rischioso rifiutarsi di riconoscere i diritti politici dei cittadini. Il potere tende a creare resistenza. Il troppo potere ne crea di più. Non si può quindi costruirne uno sbarrando la strada alla società civile e comprimendo i diritti del cittadino. Se è rischioso promuovere riforme democratiche, lo è molto di più reprimere e prolungare situazioni ingiuste ed insoddisfacenti.
Le fondamenta degli Stati autoritari e repressivi sono inevitabilmente meno solide di ciò che a prima vista può sembrare. E’ bene ricordare che lo scontro tra libertà e dispotismo ha radici profonde e che continuerà per anni a venire sotto spoglie e forme diverse. Il colosso cinese potrebbe nascondere dei piedi di argilla.