Dal Cop27  giungono le solite grida sull’accordo storico raggiunto in materia ambientale e, in particolare, per il contrasto ai cambiamenti climatici di cui l’innalzamento delle temperature globali rappresenta il fenomeno più evidente e più immediatamente preoccupate. L’accordo è quello relativo alla decisione di creare un fondo mondiale per il sostegno ai paesi più in via di sviluppo. Un’intesa raggiunta con poco convincimento da parte di chi ha finito per proporlo e, poi, per imporlo, in primo luogo l’Unione europea, e che non ha poi tanto entusiasmato neppure molti di quelli che si presume, e si spera, ne possano essere i diretti beneficiari.

Probabilmente, tra i primi, prevale lo scetticismo sui tempi e i risultati che potranno essere davvero raggiunti anche per tutti i limiti che i fondi mondiali di questo genere hanno mostrato; tra i secondi, sulle somme molto inferiori rispetto a quelle che sarebbero davvero necessarie per consentire ai paesi più poveri di avviare un’autentica transizione ambientale. Senza considerare che per molti dei paesi meno sviluppati si dovrebbe parlare di un risarcimento per i decenni e decenni in cui sono stati i paesi più evoluti ed industrialmente sviluppati a peggiorare sostanzialmente le condizioni climatiche del mondo i cui effetti sono spesso pagati anche da quei territori che certamente meno di altri hanno partecipato ai mutamenti.

Era comunque necessario uscire dal Cop27 egiziano con l’annuncio di un minimo di risultato raggiunto. L’unico oggi realisticamente raggiungibile. Sul resto, molto poco, se non niente. Lontane sono le giornate parigine in cui si avviò la riflessione sull’impegno necessario a contenere almeno le emissioni in modo da non fare aumentare le temperature medie globali oltre il grado e mezzo. Obiettivo davvero lontano da quella data del 2030 che era stata, sì, fissata, ma ancora del tutto disattesa. Sulla riduzione dell’uso delle materie fossili per la produzione d’energia, infatti, non si è trovato alcun accordo, cosa già largamente anticipata, anche per il livello delle delegazioni cinese ed indiane chiaramente costituite in modo che i due giganti asiatici non giungessero a firmare alcunché di compromettente.

Il Cop27 è figlio, insomma, di un clima di sfiducia largamente diffuso e molto lavoro dovrà essere fatto in vista del prossimo Cop28, si terrà tra l’altro in uno dei paesi produttori di petrolio, quali sono gli Emirati arabi, per provare a raggiungere quell’accordo che in Egitto si è rivelato impraticabile.

Forse a Dubai, tra dodici mesi esatti, sarà possibile giungere a quella che è stata definita la “giustizia climatica” e basata sicuramente su quegli investimenti adeguati, che non possono non venire dai paesi più ricchi, a far sì che il fossile venga sempre più sostituito da altre forme di produzione energetica, a partire da quelle cosiddette delle rinnovabili.