L’ineffabile e stravagante Giovanni Donzelli l’ha spiattellato senza remore a risultati elettorali delle regionali non ancora proclamati ufficialmente: “cambiamo la Legge elettorale” .
Non si sentono più sicuri di essere imbattibili. E sorvolano persino sulla quotidiana retorica sul Governo e sulla maggioranza coesi. Vogliono una legge elettorale per assicurare la governabilità. Non è una novità. Lo sentiamo dire da oltre trent’anni. Viene quasi da ridere ascoltando una cosa simile che esce dalla bocca di chi ha scientemente concluso l’iter di trasferimento della “centralità” all’Esecutivo, e questo in una Repubblica parlamentare.
In realtà, si sapeva da un pezzo che a Palazzo Chigi e dintorni si stava lavorando alla cosa. E non certo per guadagnare in democrazia e pluralismo. L’accelerazione di ieri sul progetto del Premierato è giunta a conferma. Così come il voltafaccia di Matteo Salvini sulla legge, appena approvata all’unanimità dalla Camera, sul consenso che ora, improvvisamente, non gli va bene e vuole che il Senato ci rimetta le mani. Cose da Repubblica delle banane.
È evidente che la Legge elettorale – soprattutto in connessione con il Premierato – è la carta su cui punta Giorgia Meloni la quale, oramai, si sente proprio un tutt’uno con la poltrona di Palazzo Chigi. Non è detto, però, che vada bene del tutto anche agli alleati che rischiano di non contare più nulla. E, allora, ecco cercata persino la sponda con Elly Schlein. Addirittura, invitata alle giornate di Atreju di Fratelli d’Italia.
Insomma, siamo al primo capitolo di una questione che si trascinerà per mesi e per la quale dobbiamo proprio aspettarci di tutto.
L’unico elemento che appare chiaro è che Giorgia Meloni si rende conto che, con l’attuale Rosatellum, potrebbe rischiare di vedersi di nuovo cacciata all’opposizione. Ma tanti sono i nodi tutti da sciogliere.
Del primo, gli alleati, abbiamo già detto. Ma quelli che più contano sono altri. Uno è sicuramente relativo al rapporto tra Legge elettorale e quella del Premierato, quest’ultima costretta a seguire l’iter previsto per i provvedimenti di rilievo costituzionale e che, dunque, richiede molto tempo. Oltre che finire sottoposto ad un referendum, così come sta per avvenire alla cosiddetta riforma della Giustizia. E si tratta, allora, di vedere come gli “ingegneri istituzionali” di palazzo Chigi, i quali finora non hanno proprio brillato, concilieranno tempi e sostanza dei due provvedimenti.
Dalla Corte europea, inoltre, potrebbe giungere la decisione in base alla quale una nuova legge elettorale non potrà essere introdotta nell’anno precedente la chiamata alle urne. Questo potrebbe voler dire che ci sarà tempo solo fino al settembre dell’anno prossimo per rispettare il principio di legalità istituzionale e di trasparenza che la logica, e le regole democratiche, comportano.
Come al solito, finiremo sulle montagne russe anche in vista del ’27, come del resto abbiamo subito con una certa frequenza da quando, a partire dagli anni ’90, ci si è appellati al principio della governabilità e si è cercata ogni scorciatoia possibile per mortificare la democrazia italiana usando il grimaldello della Legge elettorale.
Al momento troppe le variabili dell’equazione per vedere a portata di mano una soluzione definitiva. Di certo c’è che quelli della “Armada Invencible” della destra cominciano ad avere paura come mai prima accaduto da quando Giorgia Meloni si è insediata a Palazzo Chigi.
Giancarlo Infante